Dalla Sicilia a Roma: la mia odissea di 24 ore, ostaggio della cenere dell'Etna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Ci stanno prendendo in giro!» urla all’improvviso una signora, forse per felice intuizione femminile o semplicemente perché, come capita a chi ha già vissuto situazioni simili, ha fiutato la fregatura prima ancora che venisse ufficializzata. Sono le 20,15 e il volo Ita da Catania a Roma è già pronto sulla pista, in attesa del decollo; il motore ronza, le hostess sorridono come da copione, ma nell’aria si respira quella strana tensione che precede le brutte notizie.

La domanda che tutti si pongono, in silenzio o a mezza voce, è sempre la stessa: si potrà davvero partire, visto che ormai da una settimana il traffico aereo è in balia della cenere che l’Etna continua a sputare senza sosta? L’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania è un universo parallelo, fatto di valigie abbandonate, sguardi persi verso il cielo e annunci incomprensibili che rimbombano tra i vetri del terminal, e l’attesa, in questo scenario surreale, è diventata il vero protagonista del viaggio.

L’Etna non dorme mai

L’Etna, del resto, continua a mostrare tutta la sua forza senza concedere tregua né ai residenti né ai turisti, e nella notte tra domenica e lunedì 10 agosto ha regalato uno scenario straordinario fatto di esplosioni, bagliori incandescenti e colate laviche che scendono lente, inesorabili, lungo i fianchi della montagna.

Sono immagini suggestive, certo, ma anche terribilmente ingombranti per chi deve spostarsi, perché quella polvere sottile e scura che si alza dal cratere si deposita ovunque, sulle ali degli aerei, sulle piste, nei motori, trasformando un fenomeno naturale affascinante in un incubo logistico per migliaia di passeggeri.

A documentare da vicino quanto sta accadendo ci ha pensato Marco Tomasello, guida vulcanologica che si trova sull’Etna in queste ore e che ha inviato riprese dell’attività eruttiva in corso; le sue immagini mostrano un vulcano vivo, pulsante, che non si lascia imbrigliare dagli orari dei voli o dalle necessità di chi deve raggiungere la capitale per lavoro, per affetti o per semplici vacanze.

L’aeroporto di Catania si ferma

La decisione, alla fine, è arrivata come un macigno: la Sac, la società che gestisce lo scalo etneo, ha prima disposto il prolungamento della chiusura degli spazi corrispondenti alla nuvola aerea a Sud-Ovest, il settore C1, e poi ha aggiunto la chiusura del settore B3, un colpo durissimo per la programmazione dei voli già in crisi da giorni.

Poco dopo è giunta la comunicazione ufficiale che sospende tutte le attività in partenza e in arrivo fino alle ore 6 del giorno successivo, con la raccomandazione, rivolta ai passeggeri, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree prima di mettersi in viaggio verso l’aeroporto.

Inevitabili, a questo punto, i disagi per i viaggiatori, da giorni alle prese con ritardi e cancellazioni che si accumulano senza soluzione di continuità, e il mio volo delle 20,15, quello che doveva portarmi a Roma in meno di un’ora, è finito dritto in mezzo a questa tempesta di cenere e di attese infinite.

Ventiquattro ore di attesa

Quella che doveva essere una tranquilla serata in famiglia o una cena di lavoro nella capitale si è trasformata in un’odissea di ventiquattro ore, un viaggio che non è mai iniziato e che, nel frattempo, ha consumato energie, pazienza e anche qualche lacrima di frustrazione tra i passeggeri. Ci siamo ritrovati tutti seduti sugli stessi seggiolini di plastica, condividendo biscotti del distributore e notizie frammentarie catturate sui telefonini, mentre la cenere continuava a cadere fuori dalle finestre del terminal come una neve nera e silenziosa.

Ogni annuncio veniva accolto con un misto di speranza e rassegnazione, e la signora che aveva gridato «ci stanno prendendo in giro!» non aveva poi tutti i torti, perché dopo ore di attesa sulla pista il comandante ha dovuto ammettere che non c’erano condizioni per decollare in sicurezza. Il ritardo, insomma, non era un semplice intoppo tecnico, ma il riflesso di una situazione più grande, quella di un vulcano che decide i tempi della mobilità di un’intera isola, e noi eravamo lì, ostaggio di quella cenere, in attesa che qualcuno, da qualche parte, trovasse il modo di riportarci a casa.

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