La Nato e le scelte dell'Europa: il regalo di Erdogan, la crisi del carburante in Russia e le lacerazioni del campo largo

La Nato e le scelte dell'Europa: il regalo di Erdogan, la crisi del carburante in Russia e le lacerazioni del campo largo
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il vertice della Nato ad Ankara si è chiuso con un gesto che ha fatto parlare di sé ben più di molte dichiarazioni ufficiali, un evento che, a suo modo, racchiude il simbolo di una fase storica complessa per l'alleanza atlantica. Mentre i lavori procedevano tra gli impegni sul sostegno all'Ucraina e le discussioni sulle spese per la difesa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha voluto omaggiare i capi di Stato e di governo con un dono quanto meno singolare: un revolver Gümüşay.

357 Magnum, completo di munizioni e custodito in una lussuosa scatola di legno, un oggetto che ha immediatamente trasformato un gesto di cortesia diplomatica in un rompicapo logistico e legale per molte delegazioni.

Se per alcuni leader, come la premier Giorgia Meloni, l'arma è finita a Palazzo Chigi tra gli altri doni di Stato, per altri, come il premier britannico Keir Starmer, il regalo è dovuto rimanere ad Ankara a causa delle severe leggi del Regno Unito sull'importazione di armi da fuoco, mentre il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha in programma di disattivare la sua per donarla a un museo militare.

Al di là dell'imbarazzo procedurale, la scelta di Erdogan, che ha offerto ai leader un simbolo del percorso dell'industria della difesa turca, è apparsa come un chiaro messaggio politico: la Turchia non intende più essere solo il Paese con il secondo esercito della Nato, ma una potenza industriale del settore pronta a rifornire gli alleati, in un momento in cui l'alleanza stessa accelera verso un riarmo senza precedenti.

La guerra del carburante e le crepe nel fronte occidentale

Nelle ultime settimane, il conflitto in Ucraina ha assunto una nuova, interessante dinamica che va oltre il fronte delle trincee, una dinamica che ha visto Kiev infliggere un duro colpo all'economia e alla logistica russa. Notte dopo notte, i droni ucraini hanno preso di mira le raffinerie e le infrastrutture petrolifere in profondità nel territorio russo, mettendo fuori uso circa il 43% della capacità di raffinazione del Paese e causando code chilometriche e razionamenti di carburante in almeno quindici regioni, inclusa Mosca.

La risposta del Cremlino è stata un giro di vite sulle esportazioni di benzina e gasolio, mentre il vice primo ministro Alexander Novak ha confermato le carenze localizzate, cercando però di minimizzare la portata del problema. Parallelamente, i raid russi hanno intensificato i bombardamenti sulle stazioni di servizio in Ucraina, ma senza ottenere l'effetto sperato, dato che Kiev ha ormai decentralizzato la sua intera catena di approvvigionamento, importando carburante dai paesi Nato e affidandosi a una logistica flessibile fatta di camion e rotte alternative.

La resistenza ucraina, insomma, si sta dimostrando efficace anche sul piano energetico, mentre in Europa, a dispetto del sostegno dichiarato, emergono crepe e contraddizioni.

La schizofrenia europea e il peso delle lobby

L'Unione europea, infatti, appare in difficoltà nel trovare una linea comune sulla difesa e sul riarmo, una questione che rischia di minare la sua stessa coesione. Da un lato, la presidente della Commissione von der Leyen spinge per un piano da 800 miliardi di euro, il cosiddetto ReArm Europe, e promette all'Ucraina "siti di produzione sicuri" per i droni, ma dall'altro lato, i fondi e le strategie per realizzarlo sono ancora tutti da definire, con i paesi frugali, guidati dall'Olanda, contrari a nuovi debiti comuni e con la Germania che ha già avviato il suo piano di riarmo nazionale.

Non va poi dimenticato il ruolo delle grandi industrie europee degli armamenti, specialmente quelle tedesche e francesi, ma anche italiane, che esercitano una pressione considerevole per orientare la spesa verso i propri prodotti, come dimostra la riconversione bellica di colossi dell'automotive come la Volkswagen o l'acquisizione di aziende del settore da parte di Deutz AG.

In questo quadro, la richiesta di escludere la spesa militare dai calcoli del deficit, caldeggiata dall'Italia per poter investire di più, si scontra con la dura realtà dei conti pubblici e con la necessità di trovare risorse, magari attraverso nuove tasse europee, in un contesto politico sempre più frammentato.

Il campo largo e la "minaccia russa che non esiste"

Le divisioni europee trovano un riflesso perfetto nella politica interna italiana, dove la questione della guerra in Ucraina e della minaccia russa sta lacerando il cosiddetto "campo largo" del centrosinistra. In un comizio a Napoli, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha infatti dichiarato che "stanno costruendo una minaccia russa" per giustificare la corsa agli armamenti, citando, seppur in modo impreciso, le parole del generale statunitense Grynkewich, e ha affermato che dobbiamo "mandarli a casa".

Queste parole hanno immediatamente scatenato una bufera politica, con esponenti dell'area riformista del Partito Democratico, come l'eurodeputato Giorgio Gori, che hanno preso le distanze, ricordando come a Strasburgo il suo partito abbia votato a favore di una risoluzione che definisce la Russia una minaccia esistenziale per l'Europa.

La segretaria dem Elly Schlein, presente sul palco di Napoli, non ha commentato le parole di Conte, un silenzio che è stato interpretato come un'assenza o una difficoltà a gestire la frattura, mentre da fuori, il leader di Azione Carlo Calenda ha attaccato duramente, chiedendosi come si possa fare finta di niente mentre i russi bombardano l'Ucraina ogni giorno.

La distanza politica tra i due principali alleati di centrosinistra è emersa plasticamente anche nei voti al Parlamento europeo, dove i Cinque Stelle hanno votato contro il percorso di adesione dell'Ucraina all'UE, assieme a Lega e Vannacci, in aperto contrasto con la linea del Partito Democratico. Un vero e proprio cortocircuito che, al di là delle dichiarazioni di facciata, rende incerta la costruzione di un'alternativa di governo credibile, soprattutto su temi così delicati come la politica estera e la difesa.

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