Musumeci e il 25 aprile: sobrietà e polemiche tra lutto e celebrazioni
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Redazione Interno
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Nello Musumeci, ministro del mare e della protezione civile, non è nuovo a interventi che mescolano pragmatismo istituzionale e una vena di schiettezza, talvolta discutibile. Stavolta, però, la sua esortazione alla "sobrietà" per le celebrazioni del 25 aprile — motivata dal lutto nazionale per la scomparsa di papa Francesco — ha acceso un dibattito che va oltre la semplice questione di protocollo. «Le strumentalizzazioni fanno male, meglio unirsi», ha dichiarato, lasciando intendere che persino una ricorrenza come la Liberazione possa essere ridimensionata per rispetto al Pontefice. Una posizione che, se da un lato riflette il clima di cordoglio condiviso, dall’altro rischia di sfumare in una sottovalutazione del significato storico della Festa della Liberazione.
La decisione del governo di proclamare cinque giorni di lutto nazionale, con bandiere a mezz’asta fino ai funerali del Papa, ha trovato applicazione immediata: Giorgia Meloni ha annullato il viaggio in Asia centrale per partecipare alla commemorazione a Montecitorio, mentre il Consiglio dei ministri si è aperto con un minuto di silenzio. Ma è l’assenza quasi totale degli esponenti di governo al corteo milanese per l’ottantesimo anniversario della Resistenza a sollevare interrogativi. A parte la partecipazione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara alle cerimonie istituzionali del mattino, nessun altro rappresentante di Palazzo Chigi è atteso in piazza. Un vuoto che, inevitabilmente, verrà letto come un disallineamento tra le istituzioni e una parte della società civile.
Non mancano le reazioni critiche, come quella di Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, secondo cui le celebrazioni della Liberazione «sono sempre sobrie e in carattere con la solennità dell’anniversario». Pur riconoscendo la grandezza spirituale di Bergoglio, Pierlorenzi sottolinea come il 25 aprile rappresenti un pilastro della Repubblica, non riducibile a una semplice questione di opportunità politica. Del resto, lo stesso Papa — che fino all’ultimo ha denunciato guerre e riarmo — difficilmente avrebbe visto nella Resistenza un tema da sacrificare sull’altare del dibattito pubblico.
Quanto ai Campi Flegrei, le parole di Musumeci — che ha ricordato come gli abitanti abbiano «scelto loro» di vivere in un’area ad alto rischio vulcanico — hanno aggiunto un ulteriore strato di polemica. Se da un lato è innegabile la necessità di responsabilizzare i cittadini, dall’altro appare difficile conciliare questa linea con il ruolo di un ministro chiamato a garantire sicurezza e prevenzione. Un equilibrio delicato, che riflette la complessità di un esecutivo diviso tra esigenze di rappresentanza e tentazioni di narrative più spigolose.




