Gaza, la parrocchia della Sacra Famiglia e l’addio sospeso tra cure e preghiere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l’esercito israeliano ha diramato l’ordine di evacuazione per il complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, come riportato dal Times of Israel e verificabile sulla mappa ufficiale pubblicata dall’Idf in lingua araba, un altro luogo di culto, quello cattolico della Sacra Famiglia, attende il suo destino in una zona per la quale, al momento, non risultano direttive ufficiali di sgombero. Le immagini diffuse negli scorsi mesi dai sacerdoti attraverso i social della parrocchia – che mostrano bambini intenti a giocare a calcio, le suore di Madre Teresa accanto ai ragazzi dell’orfanotrofio, e l’assistenza quotidiana prestata ai malati – possiedono oggi, in questo frangente, il sapore amaro di un commiato.

Quelle fotografie, che ritraggono la vita tenacemente svoltasi all’interno del compound nonostante ventidue mesi di conflitto, costituiscono una testimonianza cruda e al contempo necessaria di un’esistenza che ha tentato di resistere alla distruzione. Non si tratta di retorica, bensì della semplice e potentissima documentazione di quanto è accaduto tra quelle mura: un oratorio che ha continuato a funzionare, un rifugio che ha offerto, seppur minimo, riparo.

In questo scenario, si inserisce con forza l’appello lanciato da Papa Leone XIV al termine dell’udienza generale di mercoledì, durante la quale ha nuovamente supplicato «la liberazione di tutti gli ostaggi» e ha invocato «un cessate il fuoco permanente, oltre a facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari». Il Pontefice, il quale venerdì scorso aveva già promosso una giornata di preghiera e digiuno, ha esortato con toni accorati tutte le parti in causa e la comunità internazionale a porre fine a un conflitto che ha seminato «terrore, distruzione e morte».

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