Giuli rompe gli indugi e azzera lo staff: dentro FdI è scontro sulla “fase due”
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Redazione Interno
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L’aria, a sentire chi frequenta i saloni del potere, si era fatta irrespirabile già da qualche giorno, eppure nessuno tra i vertici di Fratelli d’Italia si aspettava una scossa simile. La decisione del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di procedere alla revoca degli incarichi di due dei suoi più stretti collaboratori non è stata letta come un semplice atto di autonomia amministrativa, bensì come un vero e proprio atto di guerra nei confronti di quelle che, fino a ieri, sembravano essere le regole non scritte del partito guidato da Giorgia Meloni. Il ministro, raccontano i suoi più fedeli, ha liquidato l’incontro con la presidente del Consiglio definendolo l’avvio della “fase due”, quasi a voler tracciare una linea netta tra un prima votato all’allineamento e un dopo fatto di scelte autonome, magari sgradite ai piani alti di via della Scrofa.
L’azzeramento, che ha colpito Emanuele Merlino ed Elena Proietti, ha avuto l’effetto di un macigno sullo stagno di una maggioranza che, sebbene storicamente abituata a fare quadrato, in queste ore mostra crepe profonde e insospettabili. In molti, all’indomani del siluramento, hanno tirato in ballo il fantasma di un passato che sembrava rimosso: quello delle correnti organizzate di Alleanza Nazionale. Se prima si raccontava la favola di un partito monolitico, privo di frazionismi e compatto attorno alla leader, oggi lo scenario che emerge è quello di una galassia di fedeltà personali, di cerchi magici che si contendono il controllo delle poltrone strategiche, a partire dal Collegio Romano. È la fine dell’idea romantica del “monolite” meloniano, sostituita dalla realtà cruda di un partito in cui i colonnelli, pur non avendo più le vecchie insegne di partito, gestiscono il potere con una logica che ricorda molto da vicino le dinastie del passato.
Lo scontro, del resto, non avviene nel vuoto. Giuli, che al suo arrivo al Mic aveva ereditato un campo minato, sembra aver deciso di giocare la partita della propria sopravvivenza politica senza la rete protettiva che solitamente la premier stende sui suoi fedelissimi. Il riferimento esplicito del ministro ai casi di Santanchè e Delmastro, citati a mo’ di paragone per giustificare la propria autonomia, è una chiave di lettura fondamentale per capire l’irritazione di palazzo Chigi. Se la leader ha potuto sacrificare pezzi da novanta del suo entourage in virtù di una strategia politica più ampia, Giuli rivendica lo stesso diritto all’interno del suo dicastero. Un parallelo, questo, che ha scatenato il nervosismo dei vertici, costretti a gestire un ministro che, invece di accettare supinamente le designazioni dall’alto, pretende di scegliere i propri uomini in base a criteri di fiducia personale, infischiandosi delle delicatezze degli equilibri interni.
Sebbene la premier abbia cercato di richiudere le falle comunicando ufficialmente la “massima sintonia” con il suo ministro, la realtà dei fatti racconta di un partito spaccato in due dall’atteggiamento di Giuli. Da un lato, c’è chi vede in questa mossa un tentativo di affrancamento dalla morsa dei due super fedelissimi che gestiscono le leve del potere occulto, dall’altro, chi legge l’operazione come un autolesionismo gratuito in un momento già infuocato per il governo. Il caso del docufilm su Giulio Regeni e la gestione della Biennale di Venezia, che aveva già messo in rotta di collisione Giuli con l’amico-nemico Pietrangelo Buttafuoco, sono solo la punta dell’iceberg di una gestione culturale che rivendica spazi di indipendenza, generando scomodi distinguo.




