Inflazione, l’Istat dà ragione al governo: “Assegno unico e Irpef hanno difeso i redditi” Leo: “Giusta la rotta”
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Redazione Interno
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L’istituto nazionale di statistica, con il consueto rigore che caratterizza le sue analisi congiunturali, ha certificato un dato destinato a smontare diverse narrazioni opposte: gli interventi fiscali varati negli ultimi cinque anni – a cominciare dall’assegno unico e dalle rimodulazioni dell’Irpef – hanno effettivamente schermato i redditi familiari e individuali dalla morsa dell’inflazione. Una battaglia campale, come l’ha definita il Sole24Ore, che le politiche di sostegno avrebbero dunque vinto, evitando quel meccanismo perverso noto come drenaggio fiscale. Il fenomeno, nella sua essenza tecnica, si verifica quando la spinta dei prezzi trascina verso l’alto le retribuzioni nominali, facendo scivolare i contribuenti in scaglioni impositivi più elevati senza che il potere d’acquisto reale sia realmente migliorato; l’Istat stesso lo descrive come “una forma di tassazione invisibile”.
L’Istat sbugiarda le teorie di Landini: il governo ha evitato l’effetto fiscal drag
Per mesi il segretario della Cgil, Maurizio Landini, aveva lanciato allarmi ripetuti sul cosiddetto fiscal drag, paventando una stangata automatica sui lavoratori dipendenti e sulle famiglie più fragili. Ebbene, i numeri ufficiali raccontano oggi una storia sensibilmente diversa. Nel focus contenuto nella Nota sull’andamento dell’economia pubblicata ieri, l’istituto di statistica ha scritto nero su bianco che “le riforme fiscali attuate tra il 2021 e il 2026 hanno più che compensato il drenaggio osservato nello stesso periodo, comportando un beneficio medio pari a 40 euro per contribuente”. Un dato, quest’ultimo, che il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha accolto con grande entusiasmo, parlando di “una conferma autorevole, che si aggiunge a quella già espressa dalla Banca Centrale Europea”. La sua reazione, in estrema sintesi (e senza qui voler commentare l’enfasi politica), ribadisce la linea: “Giusta la rotta”.
Quanto ci hanno fatto risparmiare davvero i tagli alle tasse
Per comprendere la portata del risultato, occorre ripartire dal meccanismo del drenaggio fiscale. Quando l’inflazione corre, gli stipendi lordi tendono ad adeguarsi verso l’alto; peccato che questo adeguamento, se non accompagnato da una riforma strutturale degli scaglioni, produca un effetto paradosso. Il lavoratore si ritrova con una busta paga nominalmente più gonfia, ma finisce per pagare un’aliquota marginale superiore, spesso erodendo gran parte del guadagno fittizio. Lo scudo, in questo caso, è stato rappresentato dall’assegno unico e dalla revisione dell’Irpef: due misure che, agendo in direzione opposta rispetto al fiscal drag, hanno restituito ai contribuenti una cifra complessiva superiore a quella sottratta dall’aumento automatico della tassazione. I 40 euro medi di beneficio per contribuente rappresentano pertanto il saldo netto di questa operazione di bilanciamento, senza la quale – come molti economisti avevano previsto – il ceto medio sarebbe finito schiacciato tra prezzi in salita e aliquote impennate.
Assegno unico e Irpef salvano dal fiscal drag, ma non tutti i redditi sono salvi
Eppure, non si può parlare di una salvezza generalizzata. La fotografia scattata dall’Istat, sebbene complessivamente positiva, lascia intravvedere alcune crepe. L’assegno unico e le modifiche all’imposta sui redditi delle persone fisiche hanno compensato l’effetto del drenaggio per la maggior parte delle famiglie con figli e per i redditi da lavoro dipendente di fascia medio-bassa, ma non per tutte le tipologie contribuenti. Chi ha visto crescere il proprio imponibile in modo consistente – per esempio per effetto di promozioni o cambi di mansione – potrebbe comunque avere subito un parziale slittamento verso aliquote più alte, perché il meccanismo del fiscal drag non è stato abolito alla radice, bensì solo controbilanciato da trasferimenti e detrazioni. L’istituto di statistica, con la consueta prudenza, si limita a certificare il dato aggregato: il beneficio medio c’è ed è misurabile. Ma la distribuzione di quei 40 euro, quartile per quartile, resta disomogenea. In altre parole, il governo ha evitato la débâcle generale, ma alcune sacche di contribuenti potrebbero non essersi accorte dello scudo, avvertendo semmai solo il peso residuo dell’inflazione sul carrello della spesa.
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