Espulsioni e morti negli Stati Uniti: il record sotto Obama e il caso strumentalizzato dalla sinistra italiana
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Redazione Esteri
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Mentre negli Stati Uniti, con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca, prosegue l’azione dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane, la sinistra italiana cita spesso Barack Obama come testimonial per attaccare le politiche del governo Meloni, dimenticando – o ignorando volutamente – che il numero più alto di espulsioni nella storia statunitense, un dato di fatto ampiamente documentato, risale proprio al doppio mandato del presidente democratico. Un risvolto, questo, che colora di una luce particolare lo scontro politico nostrano, il quale si alimenta delle cronache d’oltreoceano dove, dopo il fermo di due manifestanti durante le proteste contro le operazioni dell’Ice a Minneapolis, si sono aperti dei procedimenti giudiziari. Le indagini, come spesso accade in casi di tale delicatezza, stanno cercando di fare chiarezza sulle dinamiche che hanno portato a quelle morti, evitando con scrupolo di fornire dettagli non necessari e rispettando il dolore delle famiglie coinvolte.
Le polemiche oltreoceano e gli appelli inascoltati
Oltre Atlantico, dove la polarizzazione politica è acuita dalla campagna elettorale, l’azione dell’Ice continua a scatenare polemiche feroci, al punto che alcuni ex presidenti, tra i quali lo stesso Obama, hanno inviato delle note ufficiali per mettere in guardia l’amministrazione Trump dai pericoli connessi a un approccio giudicato troppo aggressivo. Anche le sollecitazioni del governatore del Minnesota, che assieme ad altre autorità locali aveva lanciato accorati appelli per una moderazione, sono rimaste senza risposta concreta, mentre dalla Casa Bianca giungeva l’ordine perentorio di lasciare operare i “patrioti” dell’agenzia, responsabili dell’arresto di migliaia di persone. La situazione, stando alle analisi di alcuni osservatori, non sfiorerebbe i toni della guerra civile, nonostante la domanda angosciata circoli tra molti, sbigottiti dalle immagini giunte da Minneapolis; si tratterebbe piuttosto di tragedie isolate, per quanto gravi, in un contesto nazionale dove la de-escalation, secondo alcuni, sarebbe già timidamente iniziata.
La lettura degli osservatori e la complessità americana
La complessità del momento americano, spaccato tra reazioni di orrore e sostegno all’operato governativo, è colta da chi, come l’editorialista Gianni Riotta, da anni analizza gli Stati Uniti, sottolineando come solo una visione superficiale della storia possa dimenticare “il lato oscuro della politica americana”, fatto di periodi di forte tensione e scontri istituzionali. Riotta, nel commentare l’apertura delle inchieste sulle due morti di Minneapolis, parlava di una repressione dagli evidenti connotati politici, pur riconoscendo la presenza di un sostegno di base a certe misure; una reazione a Trump, insomma, esisterebbe già, ma il percorso per uscire dal tunnel sarebbe ancora lungo e irto di ostacoli, con il sistema giudiziario chiamato a svolgere il suo ruolo in maniera indipendente.
Il caso italiano tra cronaca e strumentalizzazione
In Italia, intanto, il dibattito si focalizza meno sulle indagini in corso e più sull’uso politico della crisi americana, con una narrazione che oppone un presunto modello Obama a quello dell’attuale governo, sebbene i dati storici sulle espulsioni raccontino una realtà ben più sfumata. La discussione, quindi, scivola spesso sul terreno della polemica strumentale, mentre le procure statunitensi lavorano per accertare le responsabilità negli episodi di Minneapolis, episodi che hanno riacceso il dibattito costituzionale sui limiti dell’azione di polizia e sui diritti dei manifestanti, questioni antiche che ogni generazione si ritrova a dover affrontare in circostanze sempre nuove.




