Il tribunale speciale per il 7 ottobre tra memoria storica e pena capitale
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Redazione Esteri
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Con un consenso parlamentare tanto raro quanto significativo, la Knesset ha dato il via libera all’istituzione di un tribunale militare speciale destinato a giudicare circa trecento palestinesi, appartenenti alle unità Nukhba di Hamas e ad altre fazioni, accusati di aver preso parte all’attacco nel sud di Israele del 7 ottobre 2023. Il voto, che ha registrato 93 favorevoli e nessun contrario, sancisce l’adozione di un impianto giuridico d’eccezione che molti, anche tra i promotori, non hanno esitato a definire un “Eichmann bis”, evocando il celebre processo del 1961 a Gerusalemme che portò alla condanna del gerarca nazista. A differenza della legislazione ordinaria e persino della recente norma sulla pena di morte approvata a marzo (che non aveva efficacia retroattiva), questa nuova legge consentirà ai giudici di emettere condanne capitali per i fatti specifici accaduti tra il 7 e il 10 ottobre 2023, colmando quello che i sostenitori consideravano un vuoto di giustizia di fronte a quella che definiscono la più grave strage di ebrei dai tempi della Shoah.
La macchina processuale e il valore della “dichiarazione morale”
L’iniziativa, portata avanti in un raro spirito bipartisan dal deputato di governo Simcha Rothman (Sionismo Religioso) e dalla deputata dell’opposizione Yulia Malinovsky (Israel Beitenu), non mira soltanto a infliggere una punizione, ma anche e forse soprattutto a costruire una narrazione storica permanente. La struttura del tribunale, che avrà sede a Gerusalemme, prevede la trasmissione in diretta streaming delle udienze principali e la creazione di un archivio digitale, con l’obiettivo dichiarato di “far vedere al mondo” la crudeltà dell’attacco, quasi a voler cristallizzare una memoria che i promotori ritengono già in via di dissolvimento nell’opinione pubblica internazionale. Se da un lato i sostenitori, come il ministro della Giustizia Yariv Levin, parlano di un obbligo morale verso le vittime, dall’altro emergono già i primi distinguo critici: organizzazioni per i diritti umani come Adalah e Hamoked denunciano il rischio che si trasformi in un “processo spettacolo”, dove le garanzie di un equo contraddittorio potrebbero essere sacrificate a causa delle regole probatorie semplificate e della possibilità che le confessioni siano state estorte.
Il paradosso della pena retroattiva e la dissidenza interna
La clausola più spinosa del provvedimento risiede nell’esplicita previsione della pena di morte, un istituto che Israele ha applicato una sola volta nella sua storia proprio contro Adolf Eichmann. Per i circa trecento imputati, che potranno essere giudicati anche per genocidio e crimini contro l’umanità, la legge esclude inoltre qualsiasi possibilità di grazia o di rilascio in futuri accordi di scambio di prigionieri, una disposizione che chiude definitivamente la porta a negoziati come quelli che in passato hanno portato alla liberazione di detenuti. Mentre la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana sembra sostenere questa linea dura, non mancano voci critiche provenienti dallo stesso contesto locale: il Comitato pubblico contro la tortura in Israele ha parlato apertamente di “vendetta sotto forma di processi farsa”, sostenendo che una giustizia credibile non possa prescindere dai principi fondamentali di un processo equo, soprattutto di fronte all’accusa di genocidio che Israele stesso deve affrontare nei tribunali internazionali per la condotta della guerra a Gaza.
L’ombra lunga della politica e la necessità di un’inchiesta
A complicare ulteriormente il quadro, come osservano alcuni analisti, c’è la cronologia di questa approvazione: a pochi mesi dalle elezioni politiche previste per l’autunno, la legge rischia di diventare un tema caldo della campagna elettorale, utile a distogliere l’attenzione dai profondi fallimenti che hanno permesso l’attacco. Lo stesso iter legislativo, infatti, ripropone con forza il tema della mancata commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità del governo e dell’esercito, una questione che Netanyahu ha finora rinviato e che l’opposizione intende invece utilizzare come contraltare alla severità mostrata oggi verso i miliziani. A Ramallah, intanto, la concomitanza di questo annuncio con le manifestazioni per ricordare la “Nakba” del 1948 ha riacceso la tensione, con i palestinesi che vedono in questo tribunale non tanto un atto di giustizia, quanto l’ennesimo strumento giuridico di un’occupazione che cerca legittimazione nella retorica della punizione esemplare.




