«Se domani non torno», il film su Giulia Cecchettin presentato al Giffoni: «Non è solo la sua ultima mezz'ora»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Una storia che ha scosso l'Italia intera, quella raccontata in «Se domani non torno», diretto da Paola Randi, che ripercorre la vicenda di Giulia Cecchettin ispirandosi al libro «Cara Giulia – Quello che ho imparato da mia figlia», scritto dal padre Gino e da Marco Franzoso (edito da Rizzoli), e presentato ieri in anteprima al Giffoni Film Festival. Il film, atteso nei cinema dal 5 novembre, intende restituire un ritratto a tutto tondo della giovane vittima di femminicidio, sottraendola alla cronaca dell'ultima mezz'ora per celebrarne invece l'esistenza di ventidue anni.

A interpretare i ruoli principali sono Filippo Timi, nei panni del padre Gino, Tecla Bossa in quelli della sorella Elena e Sabrina Martina in quelli di Giulia, con Tommaso Allione nel ruolo del fratello Davide.

«Una scelta di responsabilità civile»

«Come famiglia abbiamo scelto di fare questo film per una questione di responsabilità civile», ha affermato Gino Cecchettin, visibilmente commosso, nel corso della presentazione all'interno della kermesse cinematografica. «Perché è un modo per arrivare a chiunque, affinché il dolore che abbiamo vissuto non si ripeta. Il nostro dolore diventa uno strumento di consapevolezza perché nessun'altra famiglia, nessun'altra ragazza, debba conoscere la stessa sorte di Giulia».

A sostenere la scelta della famiglia c'è anche la consapevolezza che il racconto cinematografico può arrivare laddove le parole talvolta faticano a penetrare. «Se la storia di Giulia fosse rimasta dentro le mura della nostra famiglia, della nostra casa, sarebbe stato soltanto un dolore privato, come tanti. raccontata a voi, raccontata a tutta l'Italia, raccontata all'Europa perché la conoscono anche in Inghilterra e in Germania, può diventare una storia che forse arriva in tempo, arriva per aiutare qualcuno o qualcuna a riconoscere quel segnale, che dà il coraggio di fare una telefonata, magari di chiedere aiuto e così arrivare forse a salvare una vita».

«La storia di Giulia è fatta di 22 anni di libertà»

«Spesso sento dire "la storia di Giulia" e, quando sento questo, capisco che le persone si riferiscono solo forse all'ultima mezz'ora della storia di Giulia, alle ultime due ore», ha spiegato il padre, puntando il dito contro la tendenza a ridurre l'esistenza di una persona alla sua morte violenta. «Ecco, la storia di Giulia invece è una storia di 22 anni di una ragazza, di una donna che si è autodeterminata, che ha fatto una scelta di libertà, che ha voluto scegliere, e che ha pagato la sua scelta, forse, con la vita. qui però si celebra anche tutta la vita di Giulia e questo è forse il modo migliore per poterle riconoscere quanto ha fatto». L'appello lanciato ai giovani giurati del festival è chiaro: non fermarsi all'epilogo tragico, ma riconoscere in Giulia una ragazza che ha vissuto, amato e scelto con autonomia, prima ancora di diventare un simbolo. Da qui il messaggio rivolto in particolare ai ragazzi: «La violenza non nasce all'improvviso, nasce prima: dalla gelosia scambiata per amore, da un controllo chiamato attenzione. per troppo tempo vi hanno insegnato che essere uomini significa essere invincibili. Non è forza, è una prigione. E io quella prigione l'ho provata per gran parte della mia vita. La vera forza è quella di rispettare un "no" e di amare senza possedere. L'amore vero non restringe la libertà, la fa crescere».

Il punto di vista della regista e il valore del cinema

Paola Randi, che firma la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan, ha raccontato di essersi avvicinata al progetto con il timore reverenziale di chi sa di dover maneggiare una storia dolorosa e complessa. «Per me è una responsabilità grandissima raccontare una persona che non c'è più. Quello che possiamo fare è raccontarne l'assenza». La regista ha spiegato come il libro di Gino Cecchettin abbia offerto la chiave di lettura giusta, basata sul sentimento di mancanza e sul percorso che ha trasformato un lutto privato in impegno collettivo.

«In "Se domani non torno" Giulia vive attraverso il ricordo di coloro che l'hanno amata. Ci sembrava la chiave di lettura più giusta, perché il ricordo può plasmare le coscienze». Secondo la regista, inoltre, il mezzo cinematografico possiede una potenza unica nel favorire la riflessione: «Il linguaggio cinematografico permette un approfondimento ed un'immersione che la tv non consente, essendo un oggetto casalingo e, dunque, collocato in una stanza insieme ad altre cose, che possono distrarre l'attenzione del pubblico. che invece, se si ritrova in una sala a condividere con tante altre persone la visione del film, è portato naturalmente a concentrarsi in maniera differente e a produrre un pensiero critico, che, io credo, sia alla base della libertà».

Un'eredità per le nuove generazioni

Il film arriva a tre anni di distanza dal femminicidio, un lasso di tempo che, secondo la regista, non ha affatto smorzato l'urgenza del messaggio. «Giulia non è stata l'ultima donna vittima di femminicidio. Noi, che per mestiere raccontiamo storie, abbiamo la responsabilità di riportare opportunamente ciò che accade, contribuendo così a cambiare la realtà». L'auspicio è che la pellicola possa parlare a un pubblico ampio, fatto di adulti e adolescenti, e possa favorire un dialogo intergenerazionale su temi come il patriarcato e la violenza di genere.

Come ha sottolineato Gino Cecchettin rivolgendosi ai giovani presenti in sala, il film chiede a ognuno di guardarsi dentro e di agire per costruire relazioni basate sul rispetto. «Se anche uno solo di voi, una sola di voi, uscendo da questa sala, guarderà con occhi diversi una relazione, riconoscerà un segnale o troverà il coraggio di scegliere il rispetto invece del possesso, ecco allora questo film avrà raggiunto il suo scopo, e Giulia in qualche modo continuerà a camminare insieme a voi».

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