La legge della discordia: a Gerusalemme la pena di morte diventa un affare etnico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono trascorsi quarantaquattro anni da quando Elie Wiesel, liberato da Auschwitz, scrisse quella che sarebbe diventata una dichiarazione di principio incrollabile: “La morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme”. Un monito, quello del premio Nobel per la Pace, che risuona oggi più che mai davanti alla Knesset, dove lunedì è stata approvata in via definitiva una legge che riporta il boia al centro del sistema giudiziario israeliano. Ma non solo: lo fa con un crisma di selettività che, per la prima volta in modo così esplicito, lega l’applicazione della pena capitale all’appartenenza etnica dell’imputato.

Una legge scritta su misura

Il provvedimento, sostenuto con forza dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e votato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, ha superato l’ultimo scoglio parlamentare con 62 voti favorevoli e 48 contrari. Nella sostanza, la norma stabilisce che per i palestinesi della Cisgiordania accusati di omicidi definiti “atti di terrorismo” la pena di morte diventi la sanzione predefinita nei tribunali militari, con l’impiccagione prevista entro 90 giorni dalla condanna, prorogabili fino a 180. Per i cittadini israeliani, invece, l’applicazione resta vincolata a una formula molto più restrittiva: l’intenzione, cioè, di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Una distinzione che, come osservano numerosi esperti, rende di fatto impossibile l’esecuzione di un terrorista ebreo, creando un doppio binario giudiziario che l’opposizione non ha esitato a definire “apartheid”.

Non a caso, durante i lavori parlamentari, il deputato dell’opposizione ed ex vicedirettore del Mossad Ram Ben Barak ha espresso sdegno, parlando di un sistema a doppio binario: “Significa che Hamas ci ha sconfitto, perché abbiamo perso tutti i nostri valori”. Dalla sponda opposta, Ben Gvir ha celebrato il voto indossando una spilla a forma di cappio, dichiarando che d’ora in poi “ogni terrorista saprà che per chi si prende una vita, lo Stato prenderà la sua”.

La protesta e la repressione

Fuori dall’emiciclo, il clima è apparso subito incandescente. Un gruppo di manifestanti, perlopiù giovani israeliani, si è radunato davanti alla Knesset per protestare contro quella che ritengono una deriva autoritaria. La polizia, tuttavia, ha disperso la protesta in modo piuttosto brutale, utilizzando cannoni ad acqua per allontanare i dimostranti che si erano seduti a terra bloccando l’accesso all’aula. Non sono mancati momenti di tensione quando il convoglio di Ben Gvir e di altri ministri è stato bloccato dai manifestanti, costringendoli a proseguire a piedi sotto scorta.

Anche in Cisgiordania si sono tenute manifestazioni di segno opposto: i palestinesi hanno portato in corteo le fotografie dei prigionieri morti all’interno delle carceri israeliane, vittime secondo le denunce di fame, malattie o stenti. Un bilancio, quello dei detenuti palestinesi deceduti in custodia, che secondo le organizzazioni umanitarie ha raggiunto cifre drammatiche negli ultimi due anni, con almeno 77 casi documentati.

Le reazioni internazionali e il ricorso alla Corte Suprema

La comunità internazionale ha seguito l’approvazione con crescente preoccupazione. L’Unione Europea ha definito la legge un “chiaro passo indietro” e un segnale preoccupante nel trend del rispetto dei diritti umani in Israele, sebbene il portavoce per gli Affari Esteri Anouar el Anouni abbia ammesso che non c’è consenso tra gli Stati membri per sospendere l’Accordo di associazione che pure vincola Israele al rispetto dei diritti fondamentali. I ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Australia hanno diffuso una dichiarazione congiunta esortando Israele a desistere, definendo la misura non etica e priva di reale effetto deterrente.

Particolarmente significativa è stata la presa di posizione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che ha espresso “grande pesar” per la votazione, sottolineando come la nuova normativa serva soltanto a “profondire il solco dell’odio tra israeliani e palestinesi”. Il porporato ha auspicato che tutte le parti lavorino con spirito costruttivo per evitare un ulteriore deterioramento di una situazione già esplosiva.

Sul fronte giudiziario, la battaglia è appena iniziata. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha già presentato un ricorso alla Corte Suprema, sostenendo che il Parlamento abbia legiferato senza autorità sulla Cisgiordania e che la norma violi le Leggi Fondamentali dello Stato, che vietano disparità arbitrarie. Un ricorso che si preannuncia come il prossimo campo di scontro tra l’esecutivo di Netanyahu, sempre più orientato a destra, e un potere giudiziario che il governo stesso ha tentato di ridimensionare nei mesi scorsi.

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