“Alle bambine dico che sono fuochi d’artificio”: il dramma della famiglia torinese bloccata a Doha e la fuga nel deserto di altri italiani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sotto il cielo di Doha, notte dopo notte, la contraerea qatariota si attiva per intercettare quanto l’Iran continua a lanciare, e in albergo, con le persiane abbassate, c’è chi deve inventarsi una favola per proteggere due bambine dall’orrore di un conflitto che non avrebbero mai dovuto vedere. Andrea S., imprenditore quarantacinquenne di Torino, è bloccato nella capitale del Qatar dal 28 febbraio insieme alla moglie e alle figlie di sette e dieci anni, e il loro viaggio di ritorno da Sydney, dopo uno scalo che doveva essere una formalità, si è trasformato in una sospensione carica di ansia. L’aereo, decollato per l’Italia, aveva infatti cambiato rotta dopo appena sessanta minuti di volo, costringendo i passeggeri a trascorrere la prima notte in aeroporto nella vana speranza di ripartire, salvo poi assistere all’evacuazione dello scalo stesso quando i detriti dei droni abbattuti hanno cominciato a piovere sulle piste. Il governo qatarino, come spiega l’uomo raggiunto telefonicamente, si è fatto carico di tutte le spese, e l’organizzazione locale, a suo dire, è persino migliore del previsto, ma la realtà resta quella di una famiglia costretta a convivere con il rombo dei missili e la visione delle intercettazioni notturne, fenomeno che lui stesso descrive con la necessità di rassicurare le più piccole raccontando loro di una festa e di spettacolari fuochi artificiali.

La scelta di non fuggire via terra e la vita che continua nonostante i detriti

L’alternativa a quell’attesa, spiega ancora l’imprenditore torinese, ci sarebbe anche, ma appare troppo rischiosa per chi viaggia con figlie così piccole: molti connazionali, infatti, hanno optato per un viaggio di sette ore nel deserto a bordo di pullman diretti a Riad, in Arabia Saudita, un’opzione che ha permesso ad alcuni di imbarcarsi successivamente per l’Italia, spesso scortati dai carabinieri una volta oltrepassato il confine. Lui e sua moglie, però, hanno preferito non affrontare quel tragitto, valutando eccessivo il peso del deserto e dell’incertezza per le bambine, nella speranza che lo scalo di Doha potesse riaprire prima possibile. L’obiettivo dei raid, pare, sia una base statunitense poco fuori dal centro abitato, descritta come la più imponente di tutto il Medio Oriente, e la sensazione, nonostante tutto, è che la città tenti di non fermarsi: Andrea racconta di operai al lavoro sui ponteggi e di persone che consumano gelati all’aperto, una normalità apparente che stride con i consigli delle autorità locali, le quali invitano a rimanere al chiuso durante gli attacchi, anche se lui ammette di non essersi mai recato nei rifugi.

La traversata nel deserto e il lento ritorno dell’altra coppia

Se la famiglia torinese attende ancora, c’è invece chi ce l’ha fatta a strapparsi da quell’incubo. Serena Provinciali e Manuel Fabbri, originari di Follonica, hanno realizzato di essere davvero salvi solo una volta seduti sul volo che dal Cairo li ha ricondotti a Roma, dopo un’odissea che li ha visti protagonisti di una fuga rocambolesca attraverso il deserto. La loro detenzione forzata a Doha era iniziata come per molti altri, con uno scalo di poche ore di ritorno dalla Thailandia, e la svolta, racconta Serena, è maturata giovedì, quando hanno assistito all’esplosione di droni iraniani intercettati proprio sopra le loro teste. L’ambasciata, in quel frangente, aveva messo a disposizione alcuni pullman per raggiungere Riad, e la coppia non ha esitato a salirvi, affrontando ore di deserto notturno fino al confine saudita, oltre il quale non c’è stata più alcuna scorta, ma solo il contatto telefonico con le autorità italiane. L’aeroporto di Riad, con le sue poltrone trasformate in giacigli per una notte, ha rappresentato un’ulteriore tappa di sofferenza, complice la chiusura dello spazio aereo a causa di altri droni, e solo la caparbietà di un’agenzia di viaggi di Follonica, che ha continuato a cercare soluzioni alternative, ha permesso loro di imbarcarsi alla volta del Cairo e, infine, di riabbracciare il figlio diciannovenne rimasto in Italia.

L’incertezza e le esplosioni che fanno tremare i vetri

Non è solo la famiglia torinese, però, a vivere questa paralisi. Beniamino Fracchiolla, quarantaduenne di Civitanova Marche, condivide con la moglie e la figlia di sedici anni la stessa prigionia dorata in un hotel di Doha, dove i messaggi di allerta impongono di non uscire e la città appare spesso deserta. Il suo racconto, scandito da ben sette voli cancellati dopo il fatidico 28 febbraio, fotografa l’impotenza di chi continua a riprogrammare la partenza per vederla sistematicamente annullata, mentre le esplosioni delle intercettazioni fanno tremare i vetri della stanza e talvolta l’intera struttura alberghiera. Anche lui, dopo aver tentato inutilmente la via di Riad prenotando un costoso volo poi cancellato, si è aggregato ad altri connazionali per far sentire la propria voce all’ambasciata, sottolineando come lo sconforto più grande derivi proprio dall’incertezza di non sapere quando, e se, potranno finalmente fare ritorno a casa.

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