Usa al collasso economico, depredano chi non può difendersi. Il Venezuela e la dottrina della forza
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Redazione Esteri
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L’attacco militare condotto dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro e alla proclamazione di un protettorato a tempo indeterminato su Caracas, sembra segnare una svolta radicale nella politica estera della presidenza Trump. Un’azione, definibile senza mezzi termini come un deliberato atto di guerra contro uno Stato sovrano, che ha causato decine di vittime e che è stata motivata – stando alle dichiarazioni dello stesso presidente americano – dall’esplicita intenzione di appropriarsi delle immense riserve petrolifere del paese sudamericano. Un episodio, questo, che segue di poco il blocco navale imposto al Venezuela, il sequestro di una petroliera e l’ordinato affondamento in acque internazionali di presunte imbarcazioni di narcotrafficanti, con la morte degli equipaggi e dei naufraghi. Questa sequenza di interventi, ciascuno dei quali giustificato da una narrazione di necessità e sicurezza, delinea una “Dottrina Trump” basata sulla forza bruta e sulla prevaricazione, un approccio che solleva interrogativi profondi sulla natura dell’ordine internazionale.
Un ordine mai esistito?
Marco de Angelis, docente all’Università di Hagen, pone una questione fondamentale, osservando come “un ordine internazionale globale basato sulle regole non sia mai esistito finora nella storia”, un nodo concettuale che l’umanità dovrà sciogliere nei prossimi decenni. La recente operazione in Venezuela, che stravolge il principio basilare, anche solo teorico, della sovranità nazionale, sembra confermare in modo drammatico questa analisi. La retorica della “guerra al narcoterrorismo”, utilizzata per giustificare l’aggressione, svanisce di fronte alla cruda realtà di un’annessione mascherata da intervento di polizia internazionale, lasciando intravedere un meccanismo di depredazione delle risorse dei paesi più deboli, i quali non possono opporre una difesa efficace. La semplificazione del “c’è un aggressore e un aggredito”, in questo caso, appare più che mai attuale e desolante.
L’ombra degli errori del passato
La scelta di non insediare immediatamente al posto di Maduro la leader dell’opposizione Maria Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace, appare dettata proprio dalla paura di ripetere gli errori commessi in Iraq e in Libia dagli amministratori che hanno preceduto Trump. In quelle occasioni, la deposizione violenta dei dittatori locali, senza avere la garanzia di un apparato di potere stabile in grado di sostituirli, aprì la strada a decenni di caos, guerra civile e terrorismo. L’amministrazione americana, quindi, sembra aver appreso la lezione sulla necessità di controllare direttamente la transizione, evitando di consegnare il potere a figure politiche la cui lealtà o capacità di governare potrebbero rivelarsi incerte. Una logica che, se da un lato mira a evitare il vuoto di potere, dall’altro trasforma l’occupazione militare in uno strumento di governo permanente, finalizzato al controllo delle risorse.
La domanda senza risposta
Saranno in pochi a provare nostalgia per Nicolas Maduro, un leader la cui gestione ha portato il Venezuela sull’orlo del baratro. Tuttavia, la questione che ora conta è se il mondo sia diventato un posto migliore o peggiore dopo il modo in cui è stato rimosso. Anche annotando tutto quello che in questi giorni ha dichiarato il presidente americano, la risposta sembra delinearsi con preoccupante chiarezza. L’azione unilaterale, il disprezzo per le istituzioni multilaterali e l’uso della forza per risolvere controversie politiche ed economiche creano un precedente pericoloso. Stabiliscono, di fatto, che la legge del più forte è l’unica legge riconosciuta, in un contesto internazionale dove la finzione di un sistema basato su regole condivise viene meno, lasciando spazio a una fantapolitica imperiale i cui costi umani e politici sono già tragicamente visibili.




