Incontro alla Casa Bianca con «Big Oil» che raffredda gli entusiasmi di Trump
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Redazione Esteri
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Nonostante l’impegno diretto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’incontro di venerdì scorso alla Casa Bianca con i vertici delle maggiori compagnie petrolifere internazionali, tra cui figura anche l’Eni, non ha prodotto l’adesione sperata al piano di rilancio degli investimenti in Venezuela. Agli uomini riuniti, ai quali Trump aveva garantito un rapporto esclusivo e la totale esclusione del governo di Caracas dalle trattative, è stato chiesto di impegnare capitali ingenti per ripristinare le infrastrutture petrolifere del paese latinoamericano, dissestate da anni di crisi e di sanzioni. Le risposte, tuttavia, sono parse in gran parte tiepide, quando non apertamente scettiche, riflettendo una diffusa cautela nell’affrontare un quadro geopolitico e operativo ancora instabile.
Le ragioni di una freddezza strategica
La freddezza degli operatori, del resto, appare comprensibile alla luce delle dichiarazioni pubbliche di alcuni dei loro massimi dirigenti. La definizione del Venezuela come paese «non investibile», rilasciata in un recente passato dal capo di ExxonMobil Darren Woods, sembra rappresentare un sentire comune nell’industria, preoccupata dalla persistente incertezza giuridica e dalle difficoltà concrete di operare in un contesto segnato da un recente e traumatico intervento militare. Tale intervento, presentato con un’operazione in stile hollywoodiano che ha visto l’impiego di forze speciali e la cattura del leader locale, ha sì alterato gli equilibri di potere ma non ha ancora chiarito del tutto il quadro futuro della governance delle risorse energetiche nazionali, lasciando aperti interrogativi cruciali per chi dovesse impegnare miliardi.
Una strategia a largo spettro
Quello che è apparso come un blitz spettacolare, infatti, si inserisce in una strategia di pressione più ampia e articolata, della quale fanno parte il blocco navale, le minacce ad altri governi della regione e l’inseguimento delle cosiddette petroliere ombra. Una strategia, quest’ultima, che mira al controllo capillare dei flussi energetici e che ha visto persino un tentativo di acquisizione della Groenlandia, rientrato dopo un iniziale interesse. L’obiettivo, al di là delle mosse plateali, resta il consolidamento di un’influenza diretta sugli idrocarburi venezuelani, considerati una risorsa strategica. A tal fine, gli Stati Uniti hanno già proceduto a blindare i proventi derivanti dalla vendita del greggio, assicurandosi che finiscano sotto il controllo dell’esecutivo ad interim sostenuto da Washington, e non nelle casse del precedente governo.
Il piacere dell’umiliazione e i nuovi equilibri
Un aspetto non secondario di questa fase è la particolare insistenza con cui Trump sottolinea pubblicamente la «docilità» e la collaborazione del nuovo esecutivo venezuelano guidato da Delcy Rodríguez, definito senza mezzi termini «un alleato» di Washington. Affermazioni che, mentre il tycoon annuncia incontri imminenti con i suoi esponenti, suonano come un’ulteriore umiliazione per un paese uscito sconfitto da un confronto armato e impegnato in una difficile transizione. Questo insistente mettere in mostra la subalternità di Caracas, al di là del calcolo politico, sembra rispondere anche a una precisa volontà di marcare, senza possibilità di equivoci, il nuovo ordine imposto. Un ordine che, tuttavia, per tradursi in una ripresa concreta della produzione di petrolio e in affari sicuri per le major dell’energia, necessita di condizioni che al momento, nonostante le promesse presidenziali, appaiono ancora lontane dall’essere pienamente garantite.




