L’epopea granata del ’76, cinquant’anni fa quello scudetto che nessuno ha più dimenticato
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Redazione Sport
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C’è un’eco che rimbomba ancora sotto la Mole, nonostante il traffico e il trascorrere inesorabile delle settimane. È quella di un cinquantennio fa, quando il Torino di Luigi Radice – un allenatore che, come lo stesso Patrizio Sala ha recentemente ricordato, possedeva “una modernità disarmante” – riuscì nell’impresa di riportare il tricolore sulle rive del Po. La data del 16 maggio 1976 non è una semplice ricorrenza, bensì uno spartiacque emotivo per l’intero ambiente granata, un frammento di storia che, a distanza di mezzo secolo, viene celebrato con mostre e rievocazioni al Museo del Grande Torino, dove i nomi di Pulici, Zaccarelli e degli altri eroi tornano a essere acclamati come se il tempo non fosse mai passato.
Quella stagione memorabile, la 1975-76, non cominciò certo sotto i migliori auspici, ma l’innesto del tecnico capace di trasformare la squadra in una “piccola Olanda” cambiò radicalmente le sorti di un ambiente assetato di rivincite. Il segreto, a sentire chi c’era, risiedeva in una propensione offensiva quasi ossessiva, supportata dall’estro di un catalizzatore di emozioni chiamato Claudio Sala: “era la ciliegina sulla nostra torta scudetto”, ha dichiarato il centrocampista, uno dei tanti che sabato prossimo parteciperà alla grande festa all’Olimpico Grande Torino per rivivere quelle sensazioni indelebili. Non si trattava solo di tecnica, però; Radice aveva costruito un meccanismo di gioco basato sul pressing e sugli schemi rapidi, due tocchi e via, un approccio che rendeva i granata una macchina da guerra capace di rimontare cinque punti alla Juventus in primavera, un’impresa che ancora oggi alimenta il mito di quella rimonta.
Osservando il percorso di quel gruppo, emerge la figura di Patrizio Sala, un ragazzo di campagna arrivato in punta di piedi in uno spogliatoio già solido e che invece, con la sua semplicità e la sua corsa instancabile, si guadagnò un posto nella leggenda. In una recente intervista, Sala ha svelato un aneddoto curioso che lo riguarda, raccontando di come il suo compagno Eraldo Pecci lo avesse soprannominato “Coccodrillo” per la voracità con cui si presentava a tavola, ma anche “Sventolino” per le sue orecchie, dettagli umani che restituiscono l’immagine di un calcio ormai lontano, fatto di amicizie genuine e di un’abnegazione totale. Questi ricordi, mescolati all’emozione per la recente inaugurazione di una mostra dedicata proprio al 16 maggio, creano un filo diretto tra i tifosi di oggi e quei giocatori che, come ha detto Roberto Salvadori, “crearono un rapporto tra di noi diverso e che io rimpiango”.
La rimonta indimenticabile su quei cugini della Juventus
La narrazione di quello scudetto non può prescindere dal dualismo feroce con la Juventus, una lotta cittadina che infiammò l’intera penisola. Mentre i bianconeri navigavano in testa con un margine rassicurante, il Toro di Radice non mollò mai la presa, vincendo entrambi i derby stagionali e recuperando terreno zappa dopo zappa. Quando mancavano poche giornate al termine, la rimonta era ormai un fatto compiuto: i 45 punti finali contro i 43 della rivale sancirono la fine di un digiuno lungo ventisette anni. La certezza matematica arrivò con un pareggio interno contro il Cesena, mentre le radio raccontavano la contemporanea sconfitta della Juventus a Perugia, un momento di giubilo collettivo che ancora oggi viene rievocato con la stessa intensità da chi ebbe la fortuna di viverlo.
L’affetto dei tifosi e la mostra che celebra i “gemelli del gol”
In preparazione delle celebrazioni ufficiali che si terranno il prossimo 16 maggio, il Museo del Grande Torino di Grugliasco ha aperto le porte di una mostra intitolata “16 maggio 1976: Toro, lassù qualcuno ti ama”, un’esposizione ricca di fotografie e pagine di giornale che ripercorrono passo dopo passo quel capolavoro sportivo. All’inaugurazione, la folla si è stretta attorno a giganti come Paolo Pulici, il quale, con l’ironia che lo contraddistingue, ha voluto sdrammatizzare sul celebre pallonetto a Dino Zoff scherzando sul fatto che l’estremo difensore avversario “non mi ha ascoltato”, e su Claudio Sala, precisando che quel famoso cross per il gol decisivo era in realtà sbagliato. Un’umanità disarmante, insomma, che rende questi atleti immortali agli occhi di chi li ha visti giocare e di chi, pur non avendoli visti, ne ha ereditato la fede.
La festa del 16 maggio, appuntamento con la storia granata
Mancano ormai pochi giorni al grande raduno all’Olimpico Grande Torino, la “Partita della Storia” che vedrà scendere in campo molti degli ex protagonisti di quella cavalcata trionfale. Per Patrizio Sala, nonostante qualche acciacco fisico risolto proprio per non mancare l’appuntamento, si tratta di un dovere morale: “Quello Scudetto resta indelebile e va celebrato”. E così, tra cori, bandiere e vecchie sciarpe sbiadite, Torino si appresta a rivivere per una notte i fantasmi di un’epoca in cui il calcio era fatto di dribbling, polmoni d’acciaio e di un attacco formato da due gemelli – Pulici e Graziani – che trasformavano ogni cross in una preghiera esaudita. La città si fermerà per abbracciare i propri eroi, consapevole che, in fondo, certe vittorie non invecchiano mai.




