Strage di Brandizzo, il padre di una vittima: "Giustizia ce la devono dare". Il ricordo a tre anni dalla tragedia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A tre anni esatti dalla strage ferroviaria di Brandizzo, il dolore dei familiari delle cinque vittime si riaccende in un misto di rabbia e attesa. La commemorazione tenutasi questa mattina nella cittadina piemontese ha offerto l'occasione per un nuovo, accorato appello alla giustizia, in un clima che resta carico di tensione in vista dell'avvio del processo, fissato per il prossimo 30 settembre presso il tribunale di Ivrea.

La rabbia dei parenti e il rifiuto dei risarcimenti

Tra i familiari, la posizione di chi respinge al mittente ogni ipotesi di transazione economica si fa sempre più netta. Massimo Laganà, padre di Kevin, una delle cinque vittime, ha espresso senza mezzi termini il sentimento che lo anima: "Giustizia ce la devono dare". Parole che riecheggiano con forza in un contesto dove, parallelamente alle indagini e alle udienze, Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) ha fatto sapere di essere pronta a trattare per il pagamento dei risarcimenti ai parenti delle vittime.

Un'offerta che, però, si scontra con il rifiuto categorico di molte famiglie, come quella di Kevin Laganà, il cui fratello Antonino ha assicurato che si andrà al processo "a battere i pugni e chiedere giustizia", lasciando intendere che nessuna somma di denaro potrà chiudere la vicenda senza che sia fatta piena luce sulle responsabilità.

Il dolore incommensurabile: "Il nostro dolore non si può misurare così"

Il rifiuto della logica del risarcimento è condiviso da Lidia Orastella, la madre di Giuseppe Aversa, un altro degli operai morti sul lavoro. Tra le lacrime, la donna si è sfogata contro l'approccio burocratico e freddo con cui viene affrontata la loro tragedia: "Ci parlano di soldi e tabelle ma il nostro dolore non si può misurare così". Questa affermazione racchiude il profondo solco che separa il mondo delle assicurazioni e dei calcoli attuariali dalla sofferenza umana e dalla necessità di verità che i parenti delle vittime reclamano.

La loro non è una battaglia per un indennizzo, ma per il riconoscimento di una colpa e per la certezza che episodi del genere non possano più ripetersi.

La dinamica della strage e l'inizio del procedimento giudiziario

Il dramma risale al 30 agosto 2023, quando Giuseppe Aversa, Kevin Laganà, Saverio Giuseppe Lombardo, Giuseppe Sorvillo e Michael Zanera, cinque operai addetti alla manutenzione dei binari per conto di Rfi, vennero travolti e uccisi da un treno in transito mentre erano al lavoro nella stazione di Brandizzo. Quella che doveva essere una normale notte di lavoro si trasformò in una tragedia che sconvolse l'opinione pubblica e riaccese il dibattito sulla sicurezza nei cantieri ferroviari.

Dopo oltre due anni di indagini, complesse e articolate, l'inchiesta è giunta a conclusione e il procedimento penale sta per entrare nel vivo. Il 30 settembre, al tribunale di Ivrea, inizierà il processo che dovrà stabilire le responsabilità dell'incidente, un passaggio che i familiari attendono con ansia e determinazione.

L'ultima mossa di Rfi e l'attesa per il processo

Mentre le famiglie si preparano a seguire le udienze, la posizione di Rfi resta sotto i riflettori. L'azienda ha ufficialmente aperto al dialogo per i risarcimenti, ma la mossa è vista con sospetto da chi teme che si voglia chiudere la vicenda in via stragiudiziale, evitando di affrontare pienamente le proprie eventuali colpe. I parenti, dal canto loro, non sembrano intenzionati a cedere: il loro obiettivo principale rimane il processo e la verità giudiziaria.

La commemorazione di questa mattina ha ribadito che, a tre anni di distanza, il dolore non si è affievolito e che la richiesta di giustizia è più forte che mai, in attesa che le aule del tribunale di Ivrea facciano finalmente chiarezza su una delle pagine più buie della sicurezza ferroviaria italiana.

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