Stellantis, quattro fabbriche europee nel mirino della Cina: ci sono Cassino e Rennes
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Redazione Economia
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La febbre cinese per gli stabilimenti automobilistici europei non accenna a diminuire, anzi: ora è il gruppo Stellantis – che deve fare i conti con una sovracapacità produttiva cronica nel Vecchio continente – ad avere individuato quattro dei propri siti, sparsi tra Francia, Italia e Spagna, come possibili candidati a una cessione o a una partnership industriale con costruttori orientali. Secondo quanto ricostruito da Bloomberg, il colosso franco-italiano (che da tempo concentra la maggior parte degli investimenti diretti negli Stati Uniti) starebbe valutando, per ciascuno di questi impianti, soluzioni differenti: si va dalla semplice condivisione delle linee di montaggio fino alla cessione totale dell’intera struttura produttiva. In questo quadro di profonda ristrutturazione – reso necessario dal calo della domanda e dall’agguerrita concorrenza interna al mercato europeo – la porta verso i costruttori cinesi sembra dunque aprirsi, e non solo in via teorica.
Rennes, Madrid, Cassino e un quarto stabilimento: il giro delle delegazioni
Tra gli impianti finiti sul tavolo delle trattative spicca quello di Rennes, in Bretagna, dove attualmente esce la nuova Citroën C5 Aircross. Non meno rilevante è la presenza del sito italiano di Cassino, nel Frosinate, già più volte al centro di voci relative a possibili ridimensionamenti. Le fonti citate dall’agenzia americana riferiscono che Stellantis avrebbe già avviato contatti informali con potenziali partner e acquirenti, e addirittura nelle scorse settimane avrebbe ospitato una delegazione della cinese Dongfeng Motor. Quest’ultima – storico alleato della ex Psa, il ramo francese del gruppo – ha potuto visitare gli impianti di Rennes e Madrid, oltre ad alcuni siti non meglio specificati tra Italia e Germania. Nessuna conferma ufficiale, ma il segnale è chiaro: la ricognizione tecnica è già in corso.
L’eccesso di capacità produttiva e la strategia "riparatoria" di Stellantis
Il problema che il gruppo si trova ad affrontare non è più occultabile: in Europa si produce molto più di quanto il mercato sia in grado di assorbire, e questo squilibrio, aggravato dalla transizione elettrica a rilento, costringe a cercare soluzioni drastiche. La mossa di aprire le porte ai costruttori cinesi – che da anni mostrano un’appetito insaziabile per tecnologie e volumi produttivi occidentali – rappresenterebbe quindi una sorta di "salvataggio" industriale per quegli stabilimenti dove la percentuale di utilizzo delle linee è ormai troppo bassa. Non si tratta, va detto, di una novità assoluta: Stellantis aveva già condiviso con Dongfeng una joint venture in Cina, poi naufragata, e oggi quel vecchio legame sembra riattivarsi in una forma nuova e speculare.
Il governo Meloni e il benestare politico all’asse con Dongfeng
Secondo le ricostruzioni che circolano negli ambienti diplomatici, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non solo sarebbe stato informato di queste trattative, ma le guarderebbe con favore – o perlomeno senza porre veti – nella convinzione che un accordo con Dongfeng possa evitare la chiusura di siti strategici sul territorio nazionale. Del resto, la Cina si avvicina all’automotive italiano non più solo con l’export delle proprie elettriche, ma stavolta cercando di mettere piede dentro le fabbriche esistenti. E che lo faccia col benestare di Palazzo Chigi è un elemento che cambia il quadro delle alleanze industriali in Europa, spostando silenziosamente gli equilibri tra Parigi, Roma e Pechino.




