La Fenice annulla tutte le collaborazioni con Beatrice Venezi: le accuse al teatro costano la poltrona alla direttrice
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Redazione Interno
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La goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di tensioni – queste ultime accumulate nel corso di mesi di polemiche silenziose e malumori sotterranei – è arrivata da un’intervista rilasciata a un quotidiano argentino. Il risultato è una scelta netta: la Fondazione Teatro La Fenice ha reso noto, attraverso una nota ufficiale diffusa dal sovrintendente Nicola Colabianchi, di aver annullato ogni futura collaborazione con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. La decisione, efficace immediatamente benché maturata in un contesto di progressivo deterioramento del rapporto, è stata motivata con la necessità di interrompere un legame ormai logorato da quelle che l’ente definisce “reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche”. Secondo la Fondazione, le parole della trentaseienne lucchese sarebbero risultate “offensive e lesive” non solo del valore artistico dell’istituzione veneziana, ma dell’intera professionalità dei suoi professori d’orchestra.
L’affondo sul nepotismo e la reazione dell’ente lirico
Il detonatore della rottura è stata un’intervista pubblicata il 23 aprile, nella quale la Venezi – classe 1990, inserita nel 2018 da Forbes Italia tra i cento under 30 più promettenti – ha scelto di difendere la propria ascesa gettando ombre sul modus operandi del prestigioso teatro. “Io non ho padrini – aveva dichiarato la direttrice –, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Una frase che, apparsa sulle colonne de La Nación, non ha lasciato spazio a fraintendimenti e ha spinto il sovrintendente a intervenire con una celerità che fino a pochi giorni prima sarebbe apparsa improbabile. Colabianchi, prendendo le distanze dalle affermazioni della Venezi, ha sottolineato la “ottima qualità” dell’orchestra, trovando poi nel consiglio di amministrazione il sostegno necessario per rendere operativa l’interruzione. “Tali affermazioni – si legge nel memoriale della Fondazione – non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e il rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.
La contestazione silenziosa e il sostegno del ministero
Da settembre scorso, quando era stata designata per un ruolo di primo piano alla Fenice con un incarico che sarebbe dovuto partire a tutti gli effetti nell’ottobre 2026, l’aria per Beatrice Venezi non era mai stata tranquilla. I professori d’orchestra e le rappresentanze sindacali avevano più volte manifestato il proprio dissenso, contestando non tanto la persona quanto il metodo di una nomina ritenuta poco trasparente e, per certi versi, sproporzionata rispetto al curriculum della diretta interessata (un profilo che vanta oltre 160 concerti sinfonici e 50 spettacoli d’opera, oltre a esperienze televisive come la co-conduzione del Festival di Sanremo nel 2021). In questo clima di fuoco, il sostegno del ministero della Cultura è rimasto comunque saldo fino all’ultimo. Il ministro Alessandro Giuli, preso atto della decisione autonoma del sovrintendente, ha prontamente confermato a Colabianchi “la sua più completa fiducia”, auspicando che questa scelta possa “sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni”.
Un’artista fuori dal coro (e dal teatro)
La carriera della Venezi, sebbene ricca di soddisfazioni e di tentativi – questi ultimi a tratti riusciti – di avvicinare la musica classica al grande pubblico, è stata spesso accompagnata da un’aura di controversia che va ben oltre la semplice bacchetta. Il suo profilo pubblico, alimentato da una presenza costante nei media e da prese di posizione nette, non ha mai trovato piena sintonia con le dinamiche tradizionalmente chiuse e gerarchiche dei teatri lirici. “Non provengo da una famiglia di musicisti”, ripeteva come un mantra nella sua autodifesa, accusando implicitamente l’ambiente di conservatorismo e, in alcune occasioni, di maschilismo. Peccato che, in questo specifico frangente, a decretare la fine della sua avventura veneziana non sia stata una presunta resistenza al cambiamento o il sospetto di favoritismi incrociati, ma la sua stessa abilità oratoria: un’abilità che, tradotta in parole gravi e offensive agli occhi della Fondazione, le è costata l’incarico. Con l’annullamento di tutte le collaborazioni future, il teatro prova a ricucire lo strappo con le proprie maestranze, mentre la direttrice si ritrova, per la prima volta dopo anni di ascesa costante, senza un palcoscenico su cui salire.




