Gli Emirati valutano attacchi preventivi ai siti missilistici iraniani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ipotesi, fino a poche settimane fa considerata una linea rossa invalicabile dalla diplomazia del Golfo, si è fatta strada nei corridoi dei palazzi che contano: Abu Dhabi starebbe seriamente considerando l’opzione di colpire per prima, di passare cioè da una strategia puramente difensiva – pure messa a dura prova in questi giorni – a una postura che i militari definiscono di “difesa attiva”. Fonti citate da Axios riferiscono di valutazioni in corso da parte delle autorità emiratine circa la possibilità di attaccare i siti di lancio missilistici in territorio iraniano, nel tentativo di fermare alla fonte i raid che da giorni prendono di mira il Paese. Una mossa, questa, che rappresenterebbe un vero e proprio spartiacque: nessuna nazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha mai condotto un’offensiva militare unilateralmente contro l’Iran, e il solo fatto che se ne discuta apertamente, seppur in via anonima, la dice lunga sul livello di tensione raggiunto.

Dall'inizio della crisi innescata dai raid congiunti di Stati Uniti e Israele, gli Emirati Arabi Uniti risultano essere il Paese più bersagliato dalla risposta iraniana. Secondo una ricostruzione dell'emittente britannica ITV, che cita fonti governative della regione, gli attacchi non si sarebbero limitati a obiettivi militari o a basi statunitensi presenti sul territorio, ma avrebbero preso di mira in modo sistematico anche infrastrutture civili e nodi nevralgici dell'economia. L’aeroporto internazionale di Dubai, scalo che movimenta decine di milioni di passeggeri l’anno, è stato raggiunto da droni, così come sono state colpite alcune strutture alberghiere di lusso tra cui il Fairmont Palm Hotel e strutture residenziali, gettando nel panico residenti e turisti. Il ministero dei Trasporti francese ha reso noto che un volo di rimpatrio organizzato dal governo per far rientrare in Francia i propri cittadini in visita negli Emirati è stato costretto a invertire la rotta a causa del lancio di missili nella zona, un episodio che testimonia l’imprevedibilità e la pericolosità dello spazio aereo in quei momenti.

Il doppio scudo francese e la base di Al Dhafra

In questo scenario di fuoco incrociato, assume un rilievo centrale la presenza militare francese nell'area. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha confermato che i caccia Rafale di Parigi stanno operando per garantire la sicurezza dello spazio aereo sopra le proprie installazioni nella regione. Il fulcro di questo dispositivo, come spiega un'analisi di settore, non è l'Arabia Saudita bensì il complesso militare permanente che la Francia ha negli Emirati Arabi Uniti e, in particolare, la base aerea di Al Dhafra, situata a pochi chilometri da Abu Dhabi. Una presenza che, da mero presidio, si è trasformata in questi giorni in uno scudo operativo a protezione degli interessi francesi e, di riflesso, della sovranità emiratina minacciata dai continui lanci. La sensazione di accerchiamento, peraltro, è acuita dalla decisione delle autorità di Qatar ed Emirati di chiudere musei e spazi culturali, una mossa che va letta non solo come misura precauzionale ma come sintomo di una paralisi che ha investito l'intero sistema paese, da quello energetico a quello dell'arte e della cultura, solitamente vetrine internazionali di stabilità e apertura.

Il nodo delle difese aeree e l’ipotesi dell’intervento diretto

La riflessione emiratina su un attacco preventivo, o comunque su “misure difensive attive”, nasce anche da un calcolo puramente militare. L'Iran sta conducendo quella che gli analisti definiscono una strategia della "terra bruciata", saturando i cieli dei vicini con un mix di missili balistici e, soprattutto, droni Shahed, questi ultimi difficilissimi da intercettare e dal costo irrisorio rispetto ai sofisticati (e costosissimi) missili intercettori come i Patriot. L'idea che emerge da fonti diplomatiche è che i Paesi del Golfo rischiano di esaurire le proprie scorte di munizioni prima che Teheran esaurisca i suoi arsenali. Se a questo si aggiunge il fatto che gli Emirati sarebbero stati colpiti da circa 800 tra missili e droni, come affermato da una fonte citata da Axios, si comprende perché l'ipotesi di spegnere il fuoco alla fonte, colpendo direttamente le rampe di lancio in Iran, stia prendendo piede. Una scelta, questa, che segnerebbe un salto di qualità nel conflitto, trascinando in modo diretto e attivo un alleato storico degli Stati Uniti in una guerra che fino a ieri si cercava in tutti i modi di evitare, ma che oggi, con i propri cittadini e le proprie infrastrutture sotto il fuoco nemico, appare a molti responsabili come un’opzione sempre meno remota.

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