Sovizzo piange Alberto Zordan, il maratoneta stroncato da un malore
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Redazione Interno
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C'è ancora tanta incredulità, a Sovizzo, per una morte che al momento non riesce a trovare una spiegazione plausibile, una di quelle disgrazie che irrompono nell'esistenza e la spezzano senza un apparente motivo. Giovedì pomeriggio centinaia di persone, un'intera fetta di territorio messa in ginocchio dal lutto, hanno voluto dare l'ultimo saluto ad Alberto Zordan, il runner di 48 anni spentosi improvvisamente nel sonno, nella notte tra sabato e domenica scorsi. La chiesa di Santa Maria Assunta, gremita in ogni suo spazio, ha accolto i compagni di squadra del Team Km Sport di Verona, gli alpini, e una folla di amici e conoscenti, uniti nel ricordo di un uomo la cui vitalità è stata stroncata in modo così brusco e inatteso. Durante l'omelia, don Pietro, nel tentativo di dare un conforto che andasse oltre le parole convenzionali, ha citato i versi di Vasco Rossi, un tentativo di trovare una risonanza umana in un momento di così profondo smarrimento; gli amici, dal canto loro, ricordandolo, lo hanno definito «un samurai», quasi a volerne cristallizzare l'immagine in una figura di forza e determinazione.
Indagini parallele per fare luce sulle morti improvvise
Mentre i fiori bianchi sulla bara e le sue scarpe da running simboleggiavano un addio straziante, le procure di Vicenza e Verona hanno avviato, come si suol dire, le loro "interlocuzioni", coordinate per vederci chiaro in una vicenda che presenta inquietanti parallelismi. Le indagini, che procedono su binari giudiziari distinti ma comunicanti, si concentrano su accertamenti tecnici della documentazione e su esami medico-legali, il cui scopo primario è non lasciare nulla di intentato per comprendere le cause precise che hanno portato alla morte di Zordan e di Anna Zilio, la maratoneta di 39 anni di Marano deceduta a Verona un mese prima. Entrambi gli atleti, che correvano per lo stesso team, il Km Sport di San Martino Buon Albergo, sono stati stroncati da un malore improvviso, un destino tragico che li ha uniti in una sorte comune, nonostante le loro esistenze fossero fino a quel momento soltanto parallele.
I quesiti irrisolti e la smentita categorica
Proprio la similarità dei due casi, entrambi caratterizzati da una fine giunta nel sonno, ha spinto le autorità a porsi domande più incalzanti, spingendo gli investigatori a verificare con scrupolo ogni dettaglio, compresa la regolarità dei certificati medici necessari per partecipare alle gare agonistiche. È in questo contesto, segnato dal dolore per un padre di famiglia appena sepolto, che l'avvocato Pezzotti ha sentito il bisogno di pronunciare quella che ha definito una "parola tabù": «Doping? Ma non scherziamo!», una smentita netta e quasi indignata, un'esclamazione che avrebbe potuto sfociare in una risata di scherno se non ci si trovasse nel cuore di una doppia tragedia. Una dichiarazione che, se da un lato cerca di allontanare uno spettro particolarmente odioso, dall'altro riflette la necessità di affrontare pubblicamente ogni possibile ipotesi, per quanto sgradevole.
Il silenzio dopo la tempesta
Ora, dopo i funerali che hanno segnato il commiato pubblico, resta il vuoto e il lavoro silenzioso delle indagini, un lavoro che procede lontano dai riflettori, tra carte, referti e perizie. Le vite di Alberto e di Anna, due atleti amatoriali accomunati da una passione viscerale per la corsa e da una fine inspiegabile, sono ora al centro di un procedimento che cerca risposte laddove, per ora, c'è solo il dolore di due famiglie e lo sconcerto di un intero ambiente sportivo. Le verifiche sulla documentazione rappresentano un passaggio cruciale, un tassello fondamentale per ricostruire un quadro completo e dare, forse, un senso a ciò che al momento sembra non averne alcuno.




