Gisèle Pelicot a Verissimo: “Sono stata drogata e abusata da mio marito per dieci anni”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il salotto di Silvia Toffanin accoglie oggi una voce che pesa come macigno nella storia recente della cronaca giudiziaria europea. Gisèle Pelicot, simbolo di una resilienza forgiata nell’orrore più indicibile, si racconta a pochi mesi dalla conclusione del processo che ha sconvolto la Francia e il mondo intero. È il 2020 quando la vita di questa donna, all’epoca sessantottenne, cambia per sempre in un commissariato di Carpentras. L’arresto del marito, Dominique Pelicot, avvenuto dopo che una guardia di sicurezza lo aveva sorpreso a filmare di nascosto sotto le gonne di alcune clienti in un supermercato, apre uno scenario giudiziario che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Dalle analisi dei dispositivi elettronici dell’uomo emergono prove schiaccianti di abusi perpetrati per un decennio intero, un periodo in cui Gisèle, narcotizzata a sua insaputa, veniva violentata non solo dal coniuge ma anche da decine di sconosciuti reclutati online.

La vicenda di Gisèle, nata Guillou, affonda le radici in un’esistenza segnata precocemente dalla perdita. Originaria di Villingen, in Germania, dove il padre prestava servizio nell’esercito francese, si trasferisce in Francia all’età di cinque anni, ma è a nove anni che subisce il primo trauma, quello della morte della madre per cancro. L’incontro con Dominique Pelicot avviene nel 1971; lo sposa due anni dopo, dando vita a una famiglia con tre figli: David, Caroline e Florian. Per decenni la loro storia appare quella di una coppia normale, fino a quando, tra il 2011 e il 2020, lei comincia a manifestare sintomi preoccupanti: amnesie inspiegabili, perdita di peso, un senso di stanchezza cronica che la porta a consultare più neurologi. I medici, accompagnata sempre da un marito apparentemente premuroso che si presenta come il principale caregiver, non trovano nulla di organico. La verità, quando arriva, è talmente devastante da apparire surreale.

Il 2 novembre 2020 rimane impresso nella memoria collettiva come la data in cui la maschera di Dominique Pelicot cade definitivamente. Gisèle viene convocata dalle autorità e messa al cospetto di immagini che la ritraggono in stato di incoscienza mentre subisce violenze. “Ero sempre narcotizzata, come se fossi in anestesia generale in sala operatoria”, racconta, descrivendo la sensazione di vedere un che non riconosceva più come proprio. L’inchiesta, partita da un reato minore come le riprese indebite in un supermercato, si trasforma in un’indagine colossale. L’uomo, un tempo dipendente della EDF e agente immobiliare, aveva meticolosamente archiviato centinaia di video degli abusi, creando una vera e propria banca dati dell’orrore. Le indagini portarono alla luce non solo le violenze subite dalla moglie, ma anche altri episodi oscuri nel passato di Dominique, incluso un precedente legato a tentativi di violenza su altre donne.

L’icona della dignità e il coraggio della testimonianza pubblica

A distanza di anni, Gisèle Pelicot è approdata a Verissimo non solo per raccontare il dolore, ma per ribadire il messaggio che ha reso il suo volto uno dei più potenti simboli di lotta contro la violenza di genere. La sua scelta di rinunciare all’anonimato durante il processo tenutosi ad Avignone ha rappresentato un gesto di rottura radicale: ha voluto che le udienze fossero pubbliche, che le immagini e le prove venissero discusse in aula senza il velo della segretezza, perché, come ha sempre sostenuto, “la vergogna deve cambiare di posto”. Questa determinazione l’ha trasformata in un punto di riferimento, spingendo le istituzioni francesi a rivedere le definizioni giuridiche di consenso e somministrazione chimica, fenomeno al centro della sua vicenda.

Il meccanismo dell’orrore era meticoloso. Dominique Pelicot somministrava ansiolitici e sonniferi alla moglie, spesso mescolandoli al cibo o alle bevande, un’azione che gli permetteva di ridurla in uno stato di completa incoscienza. Sui forum internet, l’uomo cercava complici con il preciso obiettivo di violentarla mentre dormiva, imponendo regole ferree per evitare che la donna si svegliasse. Gli abusi, durati quasi un decennio, hanno lasciato cicatrici profonde, ma Gisèle ha scelto di trasformare quella che poteva essere una sconfitta personale in una leva per il cambiamento sociale. Le sue memorie, pubblicate di recente sotto il Titolo “Un inno alla vita”, rappresentano l’ultimo atto di questo percorso di riappropriazione: un tentativo di guardare al futuro, scrivendo una nuova pagina lontano dall’incubo di Mazan.

Il lato oscuro di un uomo comune e la scoperta inaspettata

La vicenda giudiziaria che ha portato alla luce gli abusi ha origini quasi casuali, un dettaglio che rende la scoperta ancora più agghiacciante. Nel settembre del 2020, Dominique Pelicot viene sorpreso da un addetto alla sicurezza mentre riprende con il cellulare sotto le gonne di alcune clienti all’interno di un supermercato. Un gesto che avrebbe potuto risolversi con una semplice multa, ma che invece, grazie all’analisi forense dei suoi dispositivi elettronici, ha rivelato un abisso di depravazione. La polizia ha trovato migliaia di foto e video che ritraevano Gisèle in stato di incoscienza, spesso in posizioni compromettenti, mentre veniva violentata da decine di sconosciuti che l’uomo invitava a casa loro. Nel corso dell’indagine, gli investigatori hanno scoperto che Pelicot archiviava il materiale in cartelle dal nome eloquente come “Abusi”.

La narrazione che Gisèle porta in televisione è quella di una donna che ha dovuto fare i conti con la scoperta di una doppia vita. Fino al giorno dell’arresto, descriveva il marito come un “tipo a posto”, un compagno con cui pensava di trascorrere la vecchiaia. Durante la sua testimonianza, ha sottolineato come, prima che la verità venisse a galla, il suo avesse iniziato a mandarle segnali che la medicina ufficiale non sapeva interpretare. Cadute di capelli, infezioni ginecologiche ricorrenti, sonni di quindici ore consecutivi: erano gli effetti collaterali della “sottomissione chimica” a cui era stata sottoposta senza tregua. Solo l’intervento della polizia ha interrotto il ciclo di violenze, permettendole di avviare un lungo percorso di ricostruzione personale.

Il peso delle parole e la scelta di non restare in silenzio

L’intervista a Verissimo si concentra sulla forza comunicativa di Gisèle, che oggi si presenta come un simbolo vivente della lotta per i diritti delle vittime. La sua storia, oltre a suscitare commozione, ha avuto un impatto concreto sulle legislazioni europee, portando all’adozione di leggi più severe contro la somministrazione chimica e spingendo i media internazionali a coprire con rispetto e attenzione il fenomeno. La donna ha più volte dichiarato di non considerarsi un’eroina, ma di aver semplicemente fatto ciò che riteneva giusto per evitare che altre donne subissero lo stesso destino nel silenzio più assoluto.

Gli sviluppi giudiziari legati al caso non si sono esauriti con la condanna di Dominique Pelicot. Un’inchiesta successiva condotta dall’Ispettorato Generale della Giustizia francese ha rivelato come il caso potesse essere risolto molto prima se le autorità avessero gestito correttamente il profilo genetico dell’uomo. Già nel 2010, dopo un episodio di “upskirting” in un centro commerciale, il suo DNA era stato prelevato e risultava collegato a una precedente tentata violenza, ma un errore di protocollo – un rapporto inviato per posta ordinaria a un magistrato che non era più in servizio – ha bloccato la procedura per anni. Se non fosse stato per l’intervento della guardia giurata nel supermercato, l’uomo non sarebbe mai stato arrestato e gli abusi, probabilmente, sarebbero continuati.

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