Vertice Ue sulla competitività, il pre-summit di Italia, Germania e Belgio apre i lavori ad Alden Biesen
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Redazione Esteri
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Il castello di Alden Biesen, enclave seicentesca nelle Fiandre un tempo posseduta dall’ordine teutonico, ospita da questa mattina il ritiro informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione, un’architettura di gotico acquitrinoso che per un giorno fa da scrigno a una discussione, quella sulla competitività europea, che i leader sanno bene non poter più rimandare -1 -9. A precedere l’inizio ufficiale del Leaders retreat, convocato dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, è stata una riunione di coordinamento ristretta voluta da Italia, Germania e Belgio, i cui rispettivi premier—Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever—hanno voluto presentarsi al confronto con i Ventisette dopo aver già messo nero su bianco, in un documento congiunto diffuso alla vigilia, un metodo e una serie di priorità precise -2 -10. Non è, questo, un vertice che produrrà decisioni vincolanti, e lo sanno tutti; piuttosto, funge da bussola politica per la Commissione, chiamata a tradurre in proposte legislative entro la fine dell’anno quelle che oggi sono ancora soltanto dichiarazioni d’intenti, in vista del Consiglio europeo formale di marzo -1 -4.
Il documento italo-tedesco, tra armonizzazione e freno d’emergenza
La bozza preparatoria, sottoscritta anche da De Wever, poggia su tre pilastri operativi che Roma e Berlino, sostenute dal peso specifico delle loro industrie manifatturiere, intendono vedere trasformati in iniziative concrete con precisi mandati e scadenze -2 -10. Al primo punto figura il completamento del mercato unico attraverso l’istituzione, auspicabilmente entro la fine dell’anno, di un ventottesimo regime giuridico: uno strumento opzionale che consentirebbe alle imprese, soprattutto a quelle innovative e in fase di scalata, di operare oltre frontiera senza doversi districare tra i ventisette differenti ordinamenti nazionali, frammentazione che costa all’economia europea, secondo stime del Fondo monetario, dazi impliciti del 45 per cento sulle merci e del 110 per cento sui servizi -2 -6. A questo si accompagna la richiesta di una radicale semplificazione normativa, tema sul quale i tre governi premono con particolare forza: gli oneri amministrativi eccessivi, sostengono, soffocano l’espansione aziendale e l’innovazione al punto che, nelle parole del premier belga, «non bastano ritocchi cosmetici, serve una terapia d’urto» che riduca del 35 per cento gli obblighi burocratici per tutte le imprese -1.
La clausola di salvaguardia e il principio di neutralità tecnologica
Di rilievo, tra le proposte contenute nel documento, è l’introduzione di un meccanismo definito emergency brake, un freno d’emergenza azionabile da un singolo Stato membro qualora ritenga che un atto legislativo in itinere generi oneri sproporzionati per il proprio tessuto produttivo -4 -10. La misura, se adottata, introdurrebbe un elemento di forte discontinuità nel processo decisionale comunitario, spostando l’asse del contendere dalla mera implementazione delle norme alla loro stessa genesi. Parallelamente, Meloni e Merz insistono sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica, evocato in particolare per orientare le revisioni del pacchetto automotive, del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e del sistema di scambio delle quote di emissione: nessuna preclusione ex ante verso determinate tecnologie, ma una valutazione basata sull’efficienza e sull’impatto effettivo -2.
Draghi, Letta e il confronto con i giganti globali
Nella sala del castello, accanto ai Ventisette, prendono posto Mario Draghi ed Enrico Letta, entrambi ex presidenti del Consiglio italiani e autori di due rapporti—consegnati ormai due anni or sono—che hanno fotografato senza infingimenti il declino competitivo dell’Unione rispetto a Stati Uniti e Cina, un gap che nei campi della produttività e dell’intelligenza artificiale si è fatto ormai vistoso -5 -7. Se il rapporto Draghi è divenuto una sorta di manuale d’istruzioni mai pienamente applicato—secondo il European Policy Innovation Council soltanto il 15 per cento delle raccomandazioni è stato integralmente recepito—la presenza degli autori serve a Costa per stimolare un dibattito franco, quello che a Bruxelles, tra formalismi e veti incrociati, spesso si arena -5. Letta, in particolare, spinge affinché i leader si impegnino su una scadenza precisa, il 2028, per colare le fondamenta di un mercato unico finalmente integrato, l’unico argine, a suo dire, alle pressioni esercitate dall’amministrazione Trump—rientrato alla Casa Bianca con il suo bagaglio di dazi e unilateralismo—e alle politiche industriali assertive di Pechino -7.
La regia di Costa e il pressing dell’industria
Antonio Costa, nel suo intervento a margine dell’incontro, ha indicato quattro traiettorie: approfondimento del mercato unico attraverso la rimozione delle barriere interne, sviluppo di un mercato dei capitali capace di finanziare la crescita delle piccole e medie imprese e delle startup, politica commerciale proattiva a difesa dalla coercizione economica estera, e infine la necessità di investire meglio, sbloccando anzitutto il risparmio privato prima ancora di ragionare sulla revisione del bilancio pluriennale -3. Ma la giornata di oggi non è che il punto d’arrivo di una mobilitazione che ha preso forma già mercoledì ad Anversa, dove i vertici dell’industria pesante e della chimica—quella stessa lobby che due anni fa lanciò la Antwerp Declaration—hanno incontrato i leader europei per consegnare loro un appello sottoscritto da novecento aziende: la situazione è grave, hanno detto, ma l’esito non è ineluttabile, a patto che si smetta di procedere a colpi di ritocchi -6 -7. La cornice fiamminga, con il suo richiamo simbolico all’ordine e alla disciplina cavalleresca evocato da De Wever, cela dunque una partita politica nella quale l’asse franco-tedesco mostra alcune crepe: se Berlino stringe con Roma sulla deregolamentazione, Parigi spinge per clausole Buy European e guarda con favore all’ipotesi, caldeggiata da Macron, di emissioni comuni di debito, ipotesi che i frugali—con Berlino in testa—continuano a bollare come una pericolosa distrazione -9.




