Abu Dhabi ospita nuovi colloqui tra Mosca e Kiev, con Washington in primo piano
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Redazione Esteri
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Il calendario segna i giorni 4 e 5 febbraio, mentre la geografia indica Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, come il palcoscenico scelto per un nuovo, delicato tentativo di dialogo. La sostanza, tuttavia, rimane immutata e si condensa nell'annosa questione territoriale, vero e proprio scoglio su cui ogni precedente sforzo diplomatico si è infranto. Mosca, infatti, mantiene ferma la sua richiesta di ulteriori cessioni di territori nell'Ucraina orientale, regioni martoriate da anni di conflitto; Kiev, dal canto suo, continua a opporre un netto rifiuto a qualsiasi ipotesi di ridiscussione dei confini. È in questo scenario di apparente stallo che si inserisce la notizia della partecipazione dell'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff, ai colloqui, una presenza che, sebbene non inaspettata, aggiunge un tassello significativo al quadro negoziale e conferma l'impegno diretto di Washington nel cercare una via d'uscita.
La difficile ricerca di una formula impossibile
In mezzo a posizioni così distanti e quasi inconciliabili, la diplomazia si trova a dover cercare una formula che, al momento, sembra non esistere: come coniugare, infatti, una tregua credibile e duratura senza uno spostamento dei confini sul campo, o come accettare una modifica territoriale senza che questa faccia saltare gli equilibri politici interni a Kiev. La stessa scelta di Abu Dhabi come sede, dopo un primo round di incontri che non ha prodotto avanzamenti, sembra indicare la volontà di trovare uno spazio neutrale, lontano dai riflettori più accesi, dove provare a sbloccare una situazione divenuta pericolosamente statica. Alcuni, osservando il percorso a ostacoli di questi negoziati, potrebbero pensare con nostalgia alla cosiddetta "pace delle 24 ore", un lontano ricordo che appare ormai come un episodio minore in un conflitto di ben altra durata e complessità.
Il ruolo degli Stati Uniti tra prudenza e leadership
La presenza statunitense, annunciata dal giornalista Barak Ravid per Axios e per una tv israeliana, non era del tutto scontata e riflette la duplice anima della strategia di Washington, sospesa tra una comprensibile prudenza e l'ambizione di esercitare un ruolo di regia globale. Da un lato, gli Stati Uniti devono bilanciare il loro sostegno incondizionato all'Ucraina con la necessità di evitare un'escalation diretta con la Russia; dall'altro, l'amministrazione del presidente Trump dimostra, attraverso l'invio del suo inviato speciale, di volere mantenere un posto centrale al tavolo dove si discute il futuro dell'Europa orientale. Questo crea un confronto che, nelle intenzioni, è trilaterale, ma che deve fare i conti con le esigenze di altre parti, come l'Unione Europea, divisa tra la necessità di un allargamento del negoziato e la priorità di proteggere l'integrità territoriale ucraina.
Uno sguardo oltre il negoziato
Mentre la macchina diplomatica si prepara per questo nuovo appuntamento, la guerra sul campo continua a mietere vittime e a produrre storie di ordinaria tragedia, che spesso rimangono confinate nelle cronache locali. Senza scendere in dettagli espliciti, è doveroso ricordare che ogni trattativa si svolge sullo sfondo di inchieste giudiziarie su presunti crimini, di città ridotte in macerie e di famiglie divise, elementi che rendono la ricerca della pace non solo una questione politica, ma un'imperativa necessità umanitaria. La strada per Abu Dhabi, pertanto, è lastricata di speranze, ma anche del peso di responsabilità immense, che nessun accordo sulla carta potrà mai cancellare completamente.




