Tajani e Schlein su Gaza: due visioni a confronto, tra dolore e riconoscimento della Palestina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le immagini dei bambini di Gaza, quelle che hanno fatto il giro del mondo, non hanno lasciato indifferente neppure Antonio Tajani. «Inaccettabile», ha ripetuto più volte il ministro degli Esteri, riferendosi non solo alle vittime innocenti ma anche al raid israeliano che ha colpito la parrocchia di padre Gabriel Romanelli. Pur esprimendo un profondo turbamento, Tajani ha tenuto a distinguere tra la compassione umana e le responsabilità politiche, sottolineando che «la Palestina va costruita, no agli slogan». Una posizione che, sebbene critica verso le sofferenze inflitte ai civili, riflette la complessità di un conflitto in cui l’azione diplomatica deve fare i conti con equilibri fragili e spesso contraddittori.

Diverso, invece, l’approccio di Elly Schlein, che al Revolution Camp di Paestum ha rilanciato con forza la richiesta di riconoscere lo Stato di Palestina, seguendo l’esempio di Spagna, Irlanda e Norvegia. «Anche i palestinesi hanno diritto a vivere in pace e sicurezza», ha affermato la segretaria del Pd, puntando il dito contro quello che definisce «il governo di estrema destra di Netanyahu», responsabile, a suo dire, di crimini da fermare attraverso un atto politico inequivocabile. Per Schlein, il riconoscimento non è una mera formalità ma un passo concreto per spingere verso un cessate il fuoco, in un contesto dove le parole rischiano di restare inefficaci senza scelte coraggiose.

A dare ulteriore spessore al dibattito è intervenuto Amos Gitai, regista e intellettuale israeliano, che ha accolto con favore la proposta di Emmanuel Macron per una soluzione negoziata. «La forza da sola non basta», ha osservato Gitai, il quale, pur radicato nella sua identità israeliana, si distanzia dalle posizioni della leadership attuale, sostenendo che un approccio puramente militare non possa portare a una pace duratura. La sua voce, come quella di altri dissidenti, rappresenta una critica interna a un governo sempre più accusato di inasprire il conflitto anziché cercare vie di dialogo.

Mentre le dichiarazioni si susseguono, ciò che emerge è un quadro in cui le reazioni alla crisi di Gaza si dividono tra chi invoca un’azione immediata – come il riconoscimento dello Stato palestinese – e chi, pur condannando le violenze, ritiene che la strada da percorrere sia più articolata. Tajani, da parte sua, pur non negando l’urgenza di intervenire, sembra privilegiare una strategia che eviti soluzioni dettate dall’emotività, mentre Schlein spinge per un atto simbolico e politico insieme, capace di modificare gli equilibri sul campo. Gitai, infine, ricorda che senza un reale coinvolgimento delle parti in causa, qualsiasi iniziativa rischia di essere inefficace.

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