Hamas e il macabro destino dei fratellini Bibas
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Redazione Esteri
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Non si può che rimanere sconvolti di fronte alla tragica restituzione delle salme avvenuta giovedì a Khan Younis, dove le bare dei due fratellini Bibas, della loro madre Shiri e del pacifista israeliano Oded Lifshitz sono state consegnate da Hamas tra una folla di palestinesi che, invece di piangere, ha applaudito. I due bambini, Kfir e Ariel, dai capelli rossi, erano diventati il simbolo di una speranza che ormai si è spenta. Speranza che, nonostante i mesi di incertezza, aveva tenuto molti a credere che potessero essere ancora vivi.
Israele, però, è indignata non solo per la mancata restituzione del corpo della madre, inizialmente dichiarata dispersa, ma anche per le circostanze della loro morte. Secondo le accuse israeliane, i due bambini non sono stati vittime di un attacco aereo o di un’esplosione, come spesso accade in contesti di guerra, ma sono stati uccisi a mani nude dai militanti di Hamas. Una denuncia che, se confermata, aggiunge un ulteriore livello di brutalità a un conflitto già segnato da violenze inaudite.
Shiri Bibas, la madre dei piccoli, è stata identificata dall’Istituto di medicina legale israeliano, come confermato dalla famiglia attraverso un post pubblicato sull’account Instagram di “Bring Bibas Back”. La notizia, riportata da Al Jazeera, ha scatenato un’ondata di sdegno in Israele, dove il destino della famiglia Bibas è diventato emblematico delle atrocità commesse nel corso del conflitto.
La vicenda dei Bibas, tuttavia, non è isolata. Oded Lifshitz, pacifista e attivista per i diritti umani, è stato anch’egli tra le vittime restituite. La sua figura, nota per il suo impegno a favore della riconciliazione tra israeliani e palestinesi, rende ancora più amara la sua fine, avvenuta in circostanze che restano da chiarire ma che sembrano confermare un clima di violenza indiscriminata.
Quello che emerge da questa tragedia è un quadro desolante, in cui anche i più innocenti – bambini, madri, pacifisti – diventano vittime di una spirale di odio che sembra non avere fine. La restituzione dei corpi, invece di chiudere un capitolo doloroso, ha aperto nuove ferite, alimentando un dibattito già carico di tensioni.




