Meloni scrive a von der Leyen: «Valutare l'impatto dell'inflazione sui conti pubblici»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere che l'Unione tenga conto dell'impatto sui conti pubblici dell'aumento dell'inflazione rispetto a quella programmata. L'annuncio è arrivato dal palco dell'evento per gli ottant'anni della CNA, dove la premier ha spiegato che il problema non riguarda soltanto l'Italia.

La richiesta italiana e il nodo dei parametri europei

«Ho inviato una lettera a von der Leyen sul problema dell'impatto sui conti pubblici per l'aumento dell'inflazione rispetto all'inflazione programmata», ha dichiarato Meloni, precisando che si tratta di una questione che coinvolge tutti gli Stati membri. Secondo la premier, il cambio dei conti legato alla corsa dei prezzi «non dipende dalle scelte del governo» e richiede un adeguamento dei parametri utilizzati per il calcolo del deficit consentito.

Il riferimento è al tasso di inflazione programmato a livello europeo, fermo all'1,8 per cento, ormai molto distante dai dati effettivi: a settembre l'indice dei prezzi al consumo in Italia ha registrato un aumento del 4,2 per cento su base annua, spinto dal balzo dei prodotti energetici.

Meloni ha citato alcune delle voci di spesa che risentono automaticamente della maggiore inflazione, dalle pensioni all'assegno unico, sottolineando come questi adeguamenti incidano sulla traiettoria di bilancio indipendentemente dalle decisioni dell'esecutivo. La richiesta è che la questione venga discussa in sede Ecofin e al prossimo Consiglio europeo, in programma il 15 e 16 ottobre. La premier ha aggiunto che l'Italia non è sola in questa iniziativa: «Non siamo gli unici a farlo», ha detto, rivendicando la tempestività con cui Roma ha posto il tema mesi fa.

La posizione di Bruxelles e il precedente sulla flessibilità energetica

La Commissione europea ha replicato per bocca della portavoce Paula Pinho: «Abbiamo già concesso più flessibilità agli Stati membri». Il riferimento è all'estensione della clausola di salvaguardia nazionale, prevista inizialmente per le spese militari e poi allargata agli interventi energetici, che consente agli Stati di discostarsi dal percorso di spesa netta per un importo complessivo pari allo 0,6 per cento del Pil nel periodo tra febbraio 2026 e fine 2028.

Il portavoce del commissario all'Economia, Balazs Ujvari, ha aggiunto che la richiesta italiana di attivazione di quella clausola è già al vaglio, mentre la nuova lettera sollecita un ulteriore riconoscimento dei fattori rilevanti legati all'inflazione.

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha definito la richiesta «ovvia», spiegando che il sentiero della spesa nominale contiene un tasso di inflazione programmato all'epoca molto inferiore a quello che si è poi verificato: «Quel sentiero di spesa, visto che nel bilancio ci sono poste indicizzate all'inflazione, diventa difficile da mantenere», ha osservato, aggiungendo che il problema riguarda tutti i Paesi che hanno definito quel percorso.

Nella lettera, secondo quanto ricostruito, Meloni intende far presente come il caro energia abbia mandato i prezzi al galoppo ben oltre le stime su cui erano stati costruiti i piani di rientro.

Il contesto italiano e la richiesta di flessibilità aggiuntiva

L'iniziativa arriva mentre il governo prepara la legge di bilancio e cerca margini per sostenere famiglie e imprese contro il caro bollette. L'Italia ha già incassato un primo via libera europeo alla flessibilità sulle spese energetiche, quantificata in 14 miliardi di euro da utilizzare per interventi strutturali come l'installazione di colonnine elettriche e l'acquisto di pompe di calore, mentre restano esclusi tagli alle accise sui carburanti perché considerati in contrasto con la transizione verde.

La nuova richiesta punta a ottenere un margine aggiuntivo che tenga conto della componente inflazionistica non prevista, un tema che secondo Meloni «non si può non tenere in considerazione».

Sul fronte interno, la premier ha anche affrontato il dossier della legge delega sull'artigianato, assicurando che il governo intende andare avanti con la riforma della legge quadro ferma al 1985: «Senza l'artigianato, senza le piccole e medie imprese, il Made in Italy non esisterebbe», ha detto, spiegando che l'obiettivo è consentire alle imprese artigiane con una reale storicità di aumentare il numero di addetti senza perdere i requisiti artigiani.

Il presidente della CNA Dario Costantini ha accolto con apprezzamento l'impegno annunciato, ricordando che nei prossimi cinque anni le piccole imprese dovranno trovare circa 750 mila collaboratori e che due figli su tre non rilevano l'azienda di famiglia.

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