Banche, utili a 28 miliardi nel 2025 nonostante il taglio dei tassi: a trainare sono le commissioni
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Redazione Economia
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L’esercizio finanziario appena conclusosi ha consegnato ai primi cinque istituti di credito italiani un risultato che, per dimensioni e per le dinamiche che lo hanno generato, merita un’analisi approfondita. Parliamo di un utile aggregato che sfiora i 28 miliardi di euro, per la precisione 27,8 miliardi, una cifra che segna un incremento del 10,6% rispetto al già prospero 2024 -1-6. La fotografia, scattata dalla Fondazione Fiba di First Cisl sulla base dei bilanci di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper, rivela un sistema che ha dovuto affrontare la discesa dei tassi d’interesse decisa dalla Bce, una variabile che, in teoria, avrebbe dovuto comprimere i margini. E invece il calo del margine di interesse, quantificabile in un -5,1% su base annua, è stato non solo assorbito ma ampiamente superato, grazie a una diversa leva operativa -1-4.
Sono le commissioni, infatti, ad aver fatto la differenza, con una crescita del 6% che ha di fatto sostituito il tradizionale motore degli interessi netti -6. A questo si aggiunge un vero e proprio boom dell’attività assicurativa, che ha messo a segno un balzo in avanti del 17,1%, portando il peso combinato di queste due voci — commissioni e insurance — a rappresentare quasi il 39% dei proventi operativi totali -1. È un dato che colloca le banche italiane ben al di sopra della media dei grandi competitor europei, fermi a un 27%, e che racconta di un modello di business sempre più votato alla gestione del risparmio e meno all’erogazione del credito tradizionale -3-9.
Il costo del lavoro scende, la produttività corre
Se si osserva l’altro lato del bilancio, quello dei costi, emerge un fenomeno parallelo e altrettanto significativo. I costi operativi complessivi sono rimasti sostanzialmente piatti, con una flessione dello 0,1%, ma al loro interno la voce del personale ha registrato una contrazione dello 0,4% -1. Un dato apparentemente piccolo, che però nasconde una riduzione di organico di oltre ottomila unità, pari a un calo del 3,5% della forza lavoro -6-8. Questo assottigliamento del personale, che prosegue ormai da anni, ha l’effetto diretto di migliorare gli indici di efficienza: il cost/income ratio, il rapporto tra costi e ricavi, scende al 42%, un livello che fa impallidire la media europea del 52,6% -1.
Parallelamente, gli indicatori di produttività individuale schizzano verso l’alto: le commissioni nette per dipendente aumentano dell’8,6% e il risultato della gestione pro capite cresce del 3,1% -6-8. Significa che chi resta in banca produce di più, e produce soprattutto servizi ad alto valore aggiunto come il risparmio gestito. La raccolta indiretta, infatti, cresce in modo poderoso: +16,9% complessivo, con il gestito che vola addirittura del 22,7%, alimentato dal continuo afflusso di denaro verso fondi e polizze -1-3.
La macchina del credito resta in seconda linea
Mentre commissioni e prodotti assicurativi trainano i conti, la funzione più tradizionale della banca, quella di fare da ponte tra il risparmio e l’economia reale attraverso i prestiti, segna il passo. Gli impieghi vivi, quelli che finanziano famiglie e imprese, mostrano un incremento moderato, fermo al 2,8%, un dato che se depurato da alcune operazioni tecniche scende addirittura all'1,8% -1. Sembra quasi che la macchina del credito viaggi a regime ridotto, mentre l’attenzione dei manager si concentra sul collocamento di prodotti finanziari.
La qualità del credito, va detto, rimane sotto controllo: il tasso di sofferenze nette (Npl ratio) è sceso ulteriormente all’1,2% e il costo del rischio è contenutissimo, a 30 punti base -1-4. Segno che le banche hanno fatto i compiti a casa, ripulendo i bilanci dagli asset tossici. Ma la prudenza nell’erogare nuovo credito, unita a una patrimonializzazione che resta elevata nonostante la pioggia di dividendi — 17,2 miliardi previsti per gli azionisti — e i programmi di buyback, delinea un sistema finanziario solido ma forse un po’ troppo ripiegato su sé stesso -6.
I numeri della redditività e il nodo occupazionale
A completare il quadro c’è la redditività del capitale, il cosiddetto Roe, che si attesta al 14,7%, un livello che pochi altri settori dell’economia italiana possono vantare -1-8. È il termometro di una macchina finanziaria oliata e capace di generare profitti anche in un contesto di tassi in discesa, grazie alla capacità di spostare il baricentro sulle attività a maggior margine di servizio. Non a caso, gli altri ricavi, quelli non legati né agli interessi né alle commissioni classiche, segnano un +13%, alimentati da plusvalenze e rivalutazioni di portafoglio -4.
Tuttavia, questo scenario di utili record convive con una riduzione strutturale dell’occupazione. Le otto mila uscite registrate nel 2025 non sono un episodio isolato, ma il proseguimento di un trend che vede il settore assottigliare i ranghi mentre i ricavi crescono -2. L’incidenza del costo del personale sui proventi operativi è scesa ora al 25,8% -1. Un dato che, letto insieme agli utili in aumento, riaccende il dibattito sulla distribuzione della ricchezza prodotta: da un lato gli azionisti, premiati con cedole in crescita del 2,7% e maxi-riacquisti di azioni, dall’altro i dipendenti, chiamati a gestire volumi di risparmio sempre maggiori con organici in calo -6-8.




