Perché la sconfitta della nazionale non dovrebbe sorprendere

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sconfitta subita dalla nazionale italiana a Oslo contro la Norvegia, venerdì scorso, non è un episodio isolato da analizzare con superficialità, ma l’ennesimo segnale di un declino che affonda le radici in problemi strutturali. Luciano Spalletti, chiamato a guidare una squadra priva di stelle e con un organico limitato, non può compiere miracoli: il vero nodo, come già denunciato in passato da figure come Gian Piero Ventura, è la mancanza di un sistema capace di formare talenti.

«È come se in Italia avessero vietato il dribbling», aveva detto Ventura dopo il clamoroso fallimento della qualificazione ai Mondiali del 2018, e oggi quelle parole suonano quasi profetiche. I club preferiscono investire in giocatori già affermati – spesso stranieri – piuttosto che puntare sui vivai, e il risultato è una nazionale sempre più povera di qualità. Se allora l’eliminazione fu vissuta come una tragedia, oggi il rischio di mancare un terzo Mondiale consecutivo appare quasi una conseguenza logica, nonostante l’indignazione di chi ancora spera in un risveglio improvviso.

La domanda, dunque, non è tanto se Spalletti sia l’uomo sbagliato – perché nessun tecnico, in queste condizioni, potrebbe fare molto di più – ma se il calcio italiano abbia la volontà di ripensarsi. Senza stadi moderni, con una formazione giovanile trascurata e una Serie A che fatica a competere a livello europeo senza l’apporto di giocatori stranieri, è illusorio credere che la nazionale possa tornare ai fasti del passato.

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