Taranto, il concertone del Primo Maggio “Libero e Pensante” tra le note dei Rekkiabilly e il collegamento con la Flotilla nel Mediterraneo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre l’afflusso di pubblico continua a scandire il ritmo di questa lunga vigilia di festa, il Parco archeologico delle mura greche – quello intitolato alla memoria di Massimo Battista – si riempie di corpi che ballano sull’erba, in un’atmosfera che definire semplicemente “festosa” sarebbe riduttivo. È quasi pomeriggio inoltrato, a Taranto, e la macchina organizzativa della tredicesima edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante è già entrata nel vivo, con migliaia di persone arrivate da tutto il Sud Italia pronte a intonare, tra un pezzo e l’altro, il coro che è ormai diventato il manifesto sonoro di questa kermesse: «Taranto libera». Sul palco, dopo i primi momenti di riflessione dedicati alle tensioni della crisi internazionale, sono tornati a farsi largo gli accordi spensierati dei Rekkiabilly, un genere che mescola swing e rockabilly con una disinvoltura che trascina il pubblico in una dimensione quasi coreutica.

Tuttavia, a rendere questa edizione particolare non è solo la musica, ma la capacità dell’evento di fungere da cassa di risonanza per ciò che accade oltre il confine nazionale. Se da un lato il prato del parco si riempie di bandiere e sorrisi, dall’altro c’è il filo diretto con il dramma in corso nelle acque del Mediterraneo. È stato proprio il palco tarantino a ospitare il collegamento con Alessandro Mantovani, inviato del Fatto Quotidiano a bordo della Global Sumud Flotilla, una missione – come lui stesso l’ha definita – “per il ripristino della legalità” in mezzo al mare. Una manifestazione pubblica galleggiante che prova a forzare il blocco navale, e che in queste ore ha visto i suoi attivisti fronteggiare l’abbordaggio delle autorità israeliane, un episodio di cronaca che trasforma la piazza in un osservatorio privilegiato sulle rotte della disobbedienza civile.

Non c’è ancora il pienone delle edizioni da record, certo, ma la gente continua ad affluire in maniera costante, quasi ossessiva, come spinta da una necessità di aggregazione che va oltre la semplice voglia di concerto. Nato nel lontano 2013, questo appuntamento – che gli organizzatori del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti hanno voluto sempre autofinanziato – ha confermato la sua duplice identità: quella della festa popolare e quella del presidio permanente sui temi caldi del lavoro, della salute pubblica (con lo spettro dell’Ilva che aleggia sempre sulla città) e dei diritti calpestati. La direzione artistica, affidata a nomi come Michele Riondino, Diodato, Roy Paci e Valentina Petrini, miscela sapientemente i generi, e mentre i Rekkiabilly lasciano spazio alle sonorità più elettroniche, si percepisce nell’aria la voglia di non separare mai il ballo dalla riflessione.

La geopolitica si scontra con la leggerezza del palco

Se si osserva il parco da una prospettiva più alta, lo scenario è quasi surreale: da una parte il palco dove pulsano le hit, dall’altra i maxi-schermi che rilanciano le parole degli attivisti. L’inviato Mantovani non ha usato mezzi termini nel descrivere la situazione della Flotilla, parlando di “missione” in un contesto di legalità violata, un messaggio che il pubblico ha raccolto con un silenzio carico di tensione prima di tornare a lasciarsi andare alle note. È questa la magia – se così si può definire – di questo Primo Maggio pugliese: la capacità di alternare la denuncia dell’emergenza umanitaria (dalla Palestina alle altre crisi internazionali) alla leggerezza apparente della performance artistica, senza che l’una soffochi l’altra.

Un pubblico trasversale per una kermesse che non vuole mollare la presa

In molti, tra il pubblico, avevano timore che la stanchezza o la desuetudine potessero intaccare la partecipazione dopo tredici anni, ma i fatti smentiscono questi timori. Le migliaia di presenze, benché non abbiano ancora raggiunto il picco massimo atteso per la serata, dimostrano come il format tenga botta. La scelta di mantenere l’ingresso libero e gratuito (fino a esaurimento posti) ha favorito l’arrivo di gruppi organizzati e famiglie intere, tutti accomunati da quella parola d’ordine che aleggia da sempre su questa manifestazione: “Libera”. E mentre sul palco l’entusiasmo cresce e gli artisti locali si alternano ai big nazionali, il Parco delle mura greche si conferma il baricentro emotivo di un Sud che chiede attenzione, senza urlare, ma cantando a squarciagola.

Il filo rosso tra l’Ilva, il mare e le note dei Rekkiabilly

Non si può raccontare questa giornata senza fare un passo indietro, verso le radici della manifestazione. Nata per dare voce ai cittadini di una città martoriata dalle questioni ambientali e lavorative, l’iniziativa ha sempre usato la musica come un cavallo di Troia per infilare discorsi scomodi nelle case della gente. Oggi, su quel palco, si alternano nomi che vanno dal rock alternativo al cantautorato pugliese, ma l’attenzione rimane alta su ciò che accade dentro e fuori i confini nazionali. Il collegamento con la Flotilla non è stato un episodio estemporaneo, ma il tassello di un mosaico che lega Taranto a Gaza, il lavoro negato nell’acciaieria ai diritti negati in Medio Oriente. Un filo rosso, invisibile ma robusto, che tiene insieme il coro “Taranto libera” con le richieste di giustizia che arrivano via etere dal Mediterraneo orientale.

Logistica e attesa per il gran finale

Dal punto di vista logistico, l’organizzazione sta gestendo l’enorme mole di arrivi con navette dedicate e servizi potenziati, anche se le code ai varchi di accesso al Parco archeologico sono inevitabili. La gente, però, non sembra preoccuparsene: l’importante è esserci, farsi contare. Sul prato ci si sdraia, si canta e si discute; si annusano i profumi dello street food e si incrociano sguardi carichi di quella “bella astmosfera” che solo certe kermesse autogestite sanno regalare. Se i Rekkiabilly hanno scaldate le gambe, adesso l’attesa è per i big in arrivo nelle ore serali, anche se – a essere sinceri – molti ammettono che il vero spettacolo è già stato vedere il Parco greco trasformarsi in un’agorà contemporanea, dove la parola “partecipazione” non è uno slogan vuoto, ma un atto concreto di presenza fisica e politica.

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