Volkswagen, piano shock: fino a 100mila tagli e quattro stabilimenti a rischio chiusura
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Redazione Economia
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Il Gruppo Volkswagen si trova a fronteggiare quella che potrebbe diventare la ristrutturazione più radicale della sua storia ultraottantennale, con scenari che assumono contorni sempre più drammatici per il mondo dell'industria automobilistica tedesca. Secondo quanto riportato dalla rivista specializzata Manager Magazin, che cita fonti interne all'azienda, l'amministratore delegato Oliver Blume starebbe valutando un piano che prevede l'eliminazione fino a 100.000 posti di lavoro a livello globale e la cessazione della produzione in quattro stabilimenti situati in Germania. Questa ipotesi, che rappresenterebbe un deciso inasprimento rispetto ai programmi di riduzione dell'organico già annunciati in precedenza, andrebbe a impattare su una forza lavoro complessiva che, secondo i dati diffusi, si attesta attorno alle 657.000 unità.
Un piano che raddoppia i tagli già annunciati
La drammaticità della situazione emerge con chiarezza se si considera che il nuovo piano di Blume andrebbe ben oltre le misure già annunciate a marzo, quando si parlava di 50.000 tagli da realizzare entro la fine del decennio, cifra che già allora era stata definita di portata storica. Secondo le indiscrezioni, l'obiettivo del nuovo piano sarebbe quello di ridurre i costi generali per 11 miliardi di euro entro il 2030, accelerando in modo significativo i piani di ridimensionamento della capacità produttiva in Germania.
L'azienda, che aveva già comunicato l'intenzione di tagliare 50.000 posti di lavoro entro il 2030, di cui 35.000 solo per il marchio principale VW, si troverebbe ora a dover raddoppiare lo sforzo per far fronte a una crisi che sembra non dare tregua.
Gli stabilimenti nel mirino: Hannover, Zwickau, Emden e Neckarsulm
I quattro siti produttivi che rischierebbero la chiusura sarebbero gli impianti Volkswagen di Hannover, Zwickau ed Emden, ai quali si aggiungerebbe lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Si tratterebbe di una mossa strategica di profonda riorganizzazione del footprint produttivo in Germania, che andrebbe a colpire stabilimenti storici e fortemente radicati nel tessuto industriale del paese.
Secondo quanto riportato, la chiusura di questi impianti, che secondo il magazine potrebbe avvenire a medio termine, sarebbe legata al termine della produzione dei modelli attualmente in corso in quei siti.
Le scadenze decisive e il contesto di crisi
Il futuro di questo piano, che fa parte del nuovo "obiettivo 2030" discusso dal Consiglio di Amministrazione, è ora appeso a un filo che si giocherà nelle prossime settimane. L'ultima parola spetterebbe al Consiglio di Sorveglianza, che dovrebbe deliberare in merito il 9 luglio, una data che si preannuncia spartiacque per le sorti del colosso di Wolfsburg.
La situazione è resa ancora più complessa da un accordo di salvaguardia dell'occupazione in vigore fino al 2030, siglato con il potente sindacato IG Metall, che vincola le decisioni dell'azienda in materia di chiusure di stabilimenti e licenziamenti. Non a caso, il sindacato e il consiglio di fabbrica hanno già fatto sapere di opporsi con tutte le loro forze a eventuali piani di questa portata.
Alla base di questa prospettiva di tagli epocali vi è la confluenza di molteplici fattori critici che stanno mettendo in ginocchio l'industria automobilistica europea. La concorrenza dei produttori cinesi di auto elettriche, che avanza in modo sempre più aggressivo sui mercati globali, i dazi imposti dagli Stati Uniti e la costosa transizione verso la mobilità elettrica stanno pesando come un macigno sui conti del Gruppo.
La risposta di Blume sembra essere quella di un'accelerazione decisa verso una riduzione dei costi e una razionalizzazione estrema della struttura aziendale, in un momento in cui la sopravvivenza del modello di business tradizionale è messa in discussione dalle nuove dinamiche di mercato.




