Il card. Zuppi apre il Consiglio episcopale: “La Chiesa non resti in sacrestia, sia voce di unità in un mondo in fiamme”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La presa di posizione arriva netta, quasi a voler tagliare corto con ogni tentazione di autoreferenzialità. Nel discorso che ha aperto i lavori del Consiglio episcopale permanente, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha tracciato per la Chiesa italiana una linea d’azione che non ammette ripiegamenti. L’immagine evocata – quella di una comunità ecclesiale che non si accontenta di restare in sacrestia – diventa così il paradigma di un’istituzione che, pur tenendosi distante dalle logiche di potere, rivendica il diritto (e il dovere) di intervenire nel dibattito pubblico, portando con sé una cultura della legalità e della solidarietà forgiata sulle ferite della storia contemporanea. Una presenza, ha chiarito il porporato, capace di comunione e di missione, lontana da ogni polarizzazione ma immersa in modo profetico nelle contraddizioni del presente.
“All’inizio di questa sessione – ha esordito Zuppi – desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere”. Il richiamo alle terre bibliche, divenute nuovamente teatro di una guerra senza fine, non è retorico. Nei giorni scorsi, ha spiegato il cardinale, era stata inviata una lettera ai patriarchi di quella regione per ribadire fraternità e solidarietà; le risposte ricevute, ha confessato, “ci hanno profondamente toccato”. Le ferite di quelle terre, ha aggiunto, attraversano ormai il stesso della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti, chiamata a non restare indifferente.
La voce del Papa e il richiamo al cessate il fuoco
In questo quadro internazionale segnato da una drammatica accelerazione degli eventi, Zuppi ha voluto mettere al centro la figura di papa Leone, la cui voce è stata descritta come “una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce”. Un’affermazione, questa, che suona come un’esortazione diretta alla Chiesa italiana affinché si faccia carico di amplificare quel messaggio. L’auspicio, espresso senza mezzi termini, è che quella stessa voce venga ascoltata dai “responsabili delle nazioni”, in un contesto internazionale in cui gli equilibri sono mutati profondamente con il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. L’appello, nella sua sostanza, è chiaro: si decida finalmente il cessate il fuoco, perché non c’è più tempo da perdere di fronte allo stillicidio di vittime innocenti.
Il referendum e l’invito a superare le polarizzazioni
Se il quadro internazionale appare incandescente, non meno complesso è il clima politico italiano. Mentre lo scrutinio delle schede per il referendum sulla giustizia era ancora in corso, la Chiesa italiana ha scelto di intervenire con una nota di forte discontinuità rispetto al tono acceso che ha caratterizzato la campagna referendaria. L’avvertimento lanciato da Zuppi riguarda le “pericolose polarizzazioni”, quelle che rischiano di paralizzare il Paese e di ridurre il confronto democratico a una mera sommatoria di opposte intolleranze. Di fronte a questo scenario, la proposta avanzata dalla Cei è quella di percorrere “la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene”. Un modo, questo, per ribadire che la funzione della Chiesa non è quella di schierarsi su singoli quesiti, ma di formare coscienze libere capaci di orientarsi nel bene comune.
Una presenza profetica, lontana dalle ambiguità del potere
Dietro le parole del cardinale emerge, insomma, un’idea precisa di cosa debba essere oggi l’istituzione ecclesiale in Italia. Non un soggetto che insegua visibilità mediatica o che si perda in calcoli di convenienza, bensì un attore che, proprio in quanto distante dalle logiche di potere, può permettersi di parlare con franchezza. La sacrestia, in questa prospettiva, non è il luogo sicuro da cui guardare il mondo con distacco, ma il rischio opposto: quello di una fede ridotta a devozione privata, incapace di sporcarsi le mani con la complessità. Il richiamo alla legalità e alla solidarietà, inoltre, non è generico: si nutre delle stesse ferite della storia contemporanea, da quelle mediorientali a quelle del dibattito civile italiano. In un’epoca in cui il linguaggio pubblico è spesso dominato dalla contrapposizione, Zuppi ha tentato di restituire dignità a una parola – quella del dialogo – che rischia di apparire fuori moda, ma che per la Chiesa resta l’unica capace di generare futuro.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
