Meloni e i referendum: la sfida del quorum e il "diritto all’astensione"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre si avvicina la data dei referendum su cittadinanza e lavoro, il dibattito si sposta dal raggiungimento del quorum – obiettivo sempre più considerato ambizioso – a un’altra questione: il valore politico della partecipazione. Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, ha sottolineato che se i votanti superassero di poco i 12 milioni e 300mila preferenze ottenute da Giorgia Meloni alle ultime elezioni, sarebbe un "avviso di sfratto" per la premier. Un calcolo che, al di là della provocazione, misura la posta in gioco per il governo.

Meloni, dal canto suo, ha rivendico con decisione il diritto all’astensione, definendolo una scelta legittima. «Andrò al seggio per rispetto delle istituzioni, ma non ritirerò la scheda», ha spiegato durante un’intervista con Maurizio Belpietro al festival de La Verità. Un passaggio che riecheggia le posizioni dei Democratici di sinistra nel 2003, quando anche loro invitarono a non votare su un referendum. La premier ha poi difeso le norme sul decreto sicurezza, annunciando ulteriori interventi, e ha escluso crisi di governo, anche in caso di risultati negativi alle prossime regionali.

Sul tema della cittadinanza, Meloni si è detta «contrarissima» a dimezzare i tempi per ottenerla, sostenendo che la legge attuale sia già equilibrata. Un posizionamento netto, che ribadisce la linea del governo su immigrazione e sicurezza, due capisaldi della sua agenda. Intanto, l’attenzione rimane alta sull’affluenza: se da un lato il Pd punta a trasformare il voto in un giudizio sull’esecutivo, dall’altro Meloni gioca la carta della legittimità dell’astensione, ridisegnando i termini di uno scontro che va oltre il semplice quesito referendario.

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