Lusso in crisi, Louis Vuitton crolla in Cina e i clienti scelgono Uniqlo: cosa sta cambiando
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Redazione Economia
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Il lusso aveva già perso i clienti della classe media, quelli che per acquistare una borsa firmata risparmiavano per mesi o aspettavano un'occasione speciale. Ora rischia di perdere anche una parte di quelli che potrebbero permettersela senza grandi sacrifici, ma che cominciano a chiedersi se ne valga ancora la pena. E mentre le grandi maison cercano una via d'uscita da una crisi che dura ormai da quasi tre anni, accade qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato paradossale: Louis Vuitton rallenta, Uniqlo accelera.
I conti del colosso francese
Lvmh ha chiuso i primi nove mesi del 2026 con ricavi per 57,1 miliardi di euro, in calo del 2% su base dichiarata rispetto ai 58,1 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente, ma in crescita organica del 2%. Il terzo trimestre si è fermato a 18,5 miliardi, con una progressione organica dell'1%, sotto le attese del consenso che indicavano un ritmo più vicino al 5%.
Il problema principale resta la divisione Fashion & Leather Goods, che comprende marchi come Louis Vuitton, Dior, Fendi e Loro Piana: nel trimestre ha registrato un calo organico del 5%, generando 8,24 miliardi di euro, circa il 47% del fatturato complessivo del gruppo. Si tratta della quinta divisione su cinque per importanza strategica, ma anche della più redditizia, arrivando a pesare fino al 72% dei profitti operativi secondo una stima di Bernstein ripresa dalla stampa tedesca.
Il tracollo cinese
A pesare sui risultati è stata soprattutto la debolezza del mercato cinese. Le vendite di Louis Vuitton in Cina hanno registrato un calo a doppia cifra nel terzo trimestre, contribuendo a una flessione del 5% dei ricavi organici nella regione asiatica. La direttrice finanziaria del gruppo, Cecile Cabanis, ha spiegato agli analisti che anche gli acquisti all'estero da parte dei consumatori cinesi sono diminuiti di una percentuale medio-singola.
La frenata arriva dopo che nel primo trimestre dell'anno l'Asia aveva mostrato segnali di ripresa, con una crescita del 7% e del 4% nel secondo trimestre. Un anno fa Lvmh aveva segnalato un lieve miglioramento della domanda cinese, innescando un rally nel comparto del lusso: oggi emergono invece segnali di un calo più lungo e profondo. Tra i fattori che pesano sui consumi cinesi ci sono il rallentamento economico, l'inasprimento dei controlli fiscali sui più abbienti e la debolezza del mercato azionario.
A ciò si è aggiunta una controversia sui marchi che ha coinvolto Louis Vuitton con la catena locale Molly Tea, che secondo il management ha inciso sulle vendite almeno all'inizio del trimestre.
Uniqlo accelera
Mentre il lusso arretra, il gigante giapponese dell'abbigliamento accessibile Fast Retailing, che controlla Uniqlo, ha chiuso l'anno fiscale 2026 con risultati record. I ricavi del gruppo hanno raggiunto i 3,96 trilioni di yen (circa 22,3 miliardi di euro), in crescita del 16,6% rispetto all'esercizio precedente, mentre l'utile operativo è salito del 32% a 743 miliardi di yen. Uniqlo International ha registrato ricavi per 2,4 trilioni di yen, in aumento del 26,2%, con incrementi a doppia cifra in tutte le aree geografiche.
Particolarmente significativo il dato della Cina continentale, dove il marchio ha registrato una crescita del fatturato di circa il 3% in valuta locale e un incremento dell'utile operativo del 18%. Nello stesso mercato in cui Louis Vuitton perde clienti, Uniqlo li conquista, segno di come le scelte di spesa si stiano orientando verso prodotti funzionali e accessibili.
Per la prima volta, le vendite combinate di Nord America ed Europa di Uniqlo hanno superato quelle della regione della Grande Cina e del Sud-est asiatico, un indicatore del rafforzamento del marchio giapponese nei mercati occidentali.
Il quadro finanziario e le altre divisioni
Nonostante le difficoltà della moda, le altre divisioni di Lvmh hanno mostrato una certa tenuta. La divisione Orologi e Gioielli ha registrato una crescita organica del 6% nel trimestre, con Bulgari e Tiffany che continuano a trainare il comparto. Il segmento Selective Retailing, che comprende Sephora, ha messo a segno un incremento organico dell'8%. La divisione Wines & Spirits ha riportato una crescita organica del 6%, sostenuta soprattutto dalla domanda europea.
Il beauty del gruppo, che include la divisione Profumi e Cosmetici, si è mantenuto stabile nei primi nove mesi a 5,92 miliardi di euro, con un incremento organico dell'1% nel trimestre. Nel complesso, il gruppo guidato da Bernard Arnault ha visto il debito netto scendere del 19% nel primo semestre, passando da 10,1 a 8,2 miliardi di euro, rafforzando la posizione patrimoniale in vista di un contesto che resta incerto.
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