La giudice condanna a 41 mesi l’assistente di Matthew Perry, fu lui a iniettargli la dose fatale di ketamina
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Redazione Esteri
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Si è chiusa ieri, con la sentenza nei confronti di Kenneth Iwamasa, la lunga vicenda giudiziaria legata alla morte di Matthew Perry, l’attore reso celebre dall’indimenticabile ruolo di Chandler Bing in “Friends”. Il sessantunenne assistente personale – che conviveva con la star nella residenza di Pacific Palisades, a Los Angeles, per seguirlo a tempo pieno – è stato condannato a 41 mesi di carcere federale dalla giudice Sherilyn Peace Garnett.
Iwamasa, che non possiede alcuna abilità medica, aveva già patteggiato nell’agosto del 2024, ammettendosi colpevole di un capo d’imputazione per cospirazione finalizzata alla distribuzione di ketamina, un reato che nel caso specifico ha comportato la morte o lesioni gravi. La pena inflittagli rappresenta l’epilogo di un’inchiesta durata oltre due anni, che ha portato alla condanna di altri quattro complici, tra medici e spacciatori, smantellando una complessa rete di approvvigionamento della droga orchestrata intorno alle fragilità dell’attore.
L’assistente che divenne fornitore
Iwamasa, che percepiva uno stipendio annuo di 150mila dollari, aveva tra i propri compiti ufficiali quello di coordinare le cure mediche di Perry e di vigilare affinché l’attore rispettasse le terapie prescritte. La realtà emersa durante le indagini – come ricostruito attraverso i verbali e i messaggi cifrati sequestrati – è completamente opposta: l’assistente, che conosceva Perry dal lontano 1992, non solo era perfettamente a conoscenza della lunga battaglia dell’attore contro la tossicodipendenza, ma è diventato il suo principale fornitore e complice.
Quando la star, che già riceveva trattamenti legali con ketamina per la depressione, chiese dosi maggiori al di fuori dei canali ufficiali, l’assistente si attivò per procurargliele. A partire dal settembre del 2023, Iwamasa si è accordato con il medico Salvador Plasencia, soprannominato “Dr. P”, che gli ha fornito venti flaconi di ketamina in cambio di 57mila dollari, istruendolo anche su come praticare le iniezioni in vena.
Il ruolo nell’ultimo mese di vita
Le carte processuali descrivono un crescendo di abitudini sempre più pericolose; dopo aver assistito a una reazione avversa immediata a seguito di un’iniezione – in cui Perry si “congelò” restando incapace di muoversi o parlare per un picco pressorio – il medico aveva suggerito di non ripetere l’esperienza. Iwamasa, tuttavia, ignorò l’avvertimento e intensificò gli acquisti, rivolgendosi a un altro canale: quello del presunto counselor Erik Fleming.
Attraverso costui, l’assistente entrò in contatto con Jasveen Sangha, soprannominata la “Regina della Ketamina”, da cui acquistò ben 51 flaconi della sostanza nei soli undici giorni antecedenti la morte dell’attore. La dipendenza era ormai fuori controllo: nelle ultime settimane di vita di Perry, Iwamasa arrivò a iniettargli la droga dalle sei alle otto volte al giorno, trasformando la residenza dell’artista in un luogo privo di qualsiasi sorveglianza medica.
I tre colpi del giorno del decesso
La dinamica dell’ultimo giorno, il 28 ottobre 2023, è stata ricostruita minuziosamente dai pubblici ministeri. Quella mattina, alle 8:30, Iwamasa somministrò la prima iniezione; una seconda seguì intorno alle 12:45, mentre Perry guardava un film. Alle 13:30, l’assistente ha riferito al tribunale che l’attore gli avrebbe chiesto testuali parole: “Fammi una grossa iniezione”. Iwamasa eseguì l’ordine mentre Perry si trovava già dentro o vicino alla vasca idromassaggio, per poi allontanarsi da casa per sbrigare delle commissioni.
Al suo ritorno, avvenuto intorno alle 16:00, lo trovò privo di sensi a faccia in giù nell’acqua. Il medico legale stabilì che la causa primaria del decesso fu l’overdose di ketamina (con un tasso di 3.540 nanogrammi per millilitro nel sangue), mentre l’annegamento rappresentò una causa secondaria. Iwamasa mentì inizialmente agli agenti, omettendo la ketamina dalla lista dei farmaci assunti dall’attore e nascondendo le siringhe, prima di cancellare le prove digitali e avvertire i complici dicendo di aver “cancellato tutto”.
L’ultimo atto di una condanna annunciata
Nel pronunciare la sentenza, la giudice Garnett ha sottolineato la “condotta spericolata” di Iwamasa, osservando come egli fosse perfettamente a conoscenza della vulnerabilità di Perry e avesse assistito personalmente ad alcune reazioni fisiche letali nei mesi precedenti senza mai intervenire per fermare la spirale. La difesa, pur chiedendo clemenza, ha definito la vicenda la “tragica conseguenza” di un rapporto di sudditanza psicologica in cui l’assistente, temendo di perdere il lavoro, non riusciva a dire semplicemente di no al proprio datore di lavoro.
Iwamasa, rivolgendosi ai familiari dell’attore presenti in aula – tra cui la madre Suzanne Morrison – ha dichiarato: “Sono terribilmente dispiaciuto e porterò questo rimpianto nella tomba”. Oltre alla reclusione, l’uomo è stato condannato a pagare una multa di 10mila dollari e a due anni di libertà vigilata dopo il rilascio.




