Netanyahu, il Mossad e l’attacco all’Iran: così Trump ha scelto nonostante i dubbi di Cia e Vance
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Redazione Esteri
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La riunione, tenutasi nella Situation Room – una scelta, quest’ultima, quantomeno inusuale per un leader straniero – aveva un cerchio di partecipanti volutamente ristretto. L’obiettivo dichiarato, secondo quanto emerge da un’anticipazione del libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump” (in uscita a giugno per i tipi dei giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan), era quello di evitare qualunque fuga di notizie prima che il presidente americano prendesse una decisione irrevocabile. A rendere l’atmosfera ancora più tesa ci pensava l’assenza, tanto per cominciare, del vicepresidente Vance, bloccato in Azerbaigian per impegni diplomatici e raggiunto solo in videoconferenza. Dietro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, comparivano invece in collegamento da remoto il direttore del Mossad, David Barnea, e diversi alti ufficiali militari: un’immagine, quella di un capo di governo in tempo di guerra circondato dalla propria squadra, che Netanyahu ha sapientemente costruito per fare breccia nella psiche del 47esimo presidente degli Stati Uniti.
La strategia di Netanyahu e il quadro di un regime in caduta
Secondo la ricostruzione del New York Times, Netanyahu ha dipinto gli Ayatollah come un potere ormai prossimo al collasso: un paese in fibrillazione, con le proteste che si moltiplicavano all’ombra di una leadership titubante e con i pasdaran sempre più isolati. Ha parlato, il premier israeliano, di un “regime in caduta”, suggerendo che un attacco chirurgico – magari coordinato con le forze dissidenti interne – avrebbe potuto innescare l’effetto domino definitivo. La Cia, presente alla riunione con i suoi analisti, non ha creduto a questo scenario. I rapporti dei servizi seg segnalavano piuttosto una struttura di potere ancora solida, capace di assorbire un colpo esterno senza frantumarsi. Nessuno, tra gli sherpa americani, metteva in dubbio la pericolosità del programma nucleare iraniano; molti, però, ritenevano che i tempi fossero immaturi per un’azione così dirompente.
Il no di Vance e del generale Caine, la Cia scettica
A opporsi con più forza, sempre secondo le fonti del libro, sarebbero stati il vicepresidente Vance e il generale Caine, allora ai vertici della pianificazione militare. Vance, in particolare, aveva definito “sciocchezze” alcuni degli assunti israeliani, sostenendo che una guerra preventiva senza una chiara via d’uscita avrebbe esposto le basi americane in Medio Oriente a ritorsioni asimmetriche. Il generale Caine, da parte sua, aveva sollevato dubbi sulla fattibilità logistica di un’operazione su larga scala: le difese aeree iraniane, seppur non invalicabili, avrebbero richiesto una mobilitazione di risorse tale da indebolire la postura americana altrove. La Cia, infine, aveva presentato un dossier in cui si evidenziava come il regime degli Ayatollah, lungi dall’essere in agonia, avesse già ridislocato parte del suo apparato di sicurezza in prossimità degli impianti sensibili.
La decisione solitaria di Trump e la tregua di due settimane
Nonostante tutto ciò, Donald Trump ha deciso lo stesso di attaccare. Ha ascoltato i suoi consiglieri – li ha ascoltati con pazienza, annotando ogni obiezione – e poi ha fatto ciò che aveva in mente fin dall’inizio. Il presidente, che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca dopo la rielezione, non ha voluto attendere ulteriori verifiche sul campo. Ha firmato l’ordine esecutivo che dava il via alle operazioni, e il mondo ha assistito a una resa dei conti militare con Teheran le cui conseguenze, oggi, appaiono ancora tutte da scrivere. Mentre si attende di capire se l’apertura dell’Iran alla proposta del Pakistan disinnescherà l’ultimatum lanciato da Trump – e mentre il presidente annuncia una tregua di due settimane nelle ostilità senza aver conseguito nemmeno uno degli obiettivi prefissati – la ricostruzione del New York Times restituisce il ritratto di una decisione presa quasi contro il proprio stesso apparato. Una scelta, quella del Tycoon, che ha trasformato un confronto regionale in una guerra aperta di cui, al momento, non si intravede la fine.




