Noelia Castillo Ramos, il diritto a morire dopo 601 giorni di battaglie legali

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’eutanasia praticata ieri in un centro sociosanitario della provincia di Barcellona ha chiuso, nel modo più definitivo possibile, la vicenda umana e giudiziaria di Noelia Castillo Ramos. La giovane catalana di 25 anni, la cui esistenza era stata segnata da una violenza multipla e da un conseguente tentativo di suicidio che la rese paraplegica, ha ottenuto ciò che il sistema sanitario e giudiziario spagnolo, dopo un iter estenuante, le aveva già riconosciuto come un diritto. A darne conferma, oltre alle fonti sanitarie raccolte dai media iberici, è stata la stessa organizzazione ultraconservatrice Abogados Cristianos, che aveva assistito il padre della ragazza nel tentativo di paralizzare la procedura; l’associazione, in un comunicato, ha chiesto preghiere per la sua anima, mentre la giovane, in una delle sue ultime interviste, aveva espresso solo il desiderio di smettere di soffrire.

Il percorso che ha portato alla morte assistita – e che si è concluso simbolicamente il 26 marzo 2026 – è stato lungo e logorante, costellato da pronunce contrastanti e da un’opposizione feroce. Noelia, vittima di una violenza sessuale che non aveva mai denunciato alle autorità, ha tentato il suicidio il 4 ottobre 2022 gettandosi dal quinto piano di un edificio: un gesto estremo che non l’ha uccisa ma l’ha inchiodata su una sedia a rotelle, condannandola a un dolore neuropatico cronico e a una dipendenza funzionale totale. È stata proprio la consapevolezza di questa condizione irreversibile a spingerla, nell’aprile del 2024, a formalizzare la richiesta di eutanasia davanti alla Commissione di Garanzia e Valutazione della Catalogna, l’organo indipendente composto da medici e giuristi preposto a valutare questi casi.

L’esame clinico e la valutazione della capacità

Contrariamente a quanto sostenuto in sede legale dall’associazione che rappresentava il padre, il caso di Noelia non è mai stato valutato superficialmente. I documenti giudiziari rivelano un iter istruttorio imponente: almeno 32 specialisti tra medici, psichiatri e giuristi hanno esaminato la sua cartella, producendo tredici diversi rapporti tecnici. I sanitari, consapevoli della delicatezza della situazione data la giovane età e i precedenti psichiatrici (la ragazza soffriva di disturbo borderline della personalità e disturbo ossessivo-compulsivo), hanno atteso quasi un anno dal tentativo di suicidio prima di processare la richiesta, per essere certi che il desiderio di morire non fosse una reazione impulsiva alla frustrazione post-traumatica. Il responso, giunto nel luglio del 2024, fu unanime: la sofferenza fisica e psichica era costante, cronica e invalidante, senza alcuna possibilità di miglioramento; la commissione, e successivamente i giudici, hanno stabilito che i disturbi mentali di Noelia non intaccavano la sua capacità di intendere e di volere, lasciandola quindi pienamente capace di autodeterminarsi.

L’opposizione paterna e la lunga marcia nei tribunali

Sebbene la volontà della ragazza fosse chiara e suffragata dalla scienza, il suo percorso è stato ostacolato ripetutamente da chi, per legge, avrebbe dovuto proteggerla. Il padre, supportato da Abogados Cristianos, ha impugnato la decisione della commissione catalana appena un mese dopo, nell’agosto del 2024, sostenendo che la figlia non fosse in grado di prendere una decisione così radicale a causa della sua fragilità mentale. Da quel momento, Noelia è stata costretta a subire un vero e proprio calvario giudiziario durato 601 giorni: un tribunale catalano sospese inizialmente l’eutanasia, ma dopo sette mesi la giovane comparve davanti al giudice per ribadire la sua volontà di morire con dignità, denunciando tra l’altro di essere stata oggetto di pressioni religiose nell’istituto dove viveva. Nonostante il tribunale le avesse dato ragione, la battaglia è proseguita davanti al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, poi al Tribunale Supremo e infine alla Corte Costituzionale spagnola: tutti hanno ratificato il suo diritto, rigettando i ricorsi del padre.

L’ultimo ostacolo e l’epilogo a Sant Camil

L’estrema ratio del padre è stata quella di rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, chiedendo una misura cautelare che sospendesse la procedura. Il verdetto è arrivato solo il 10 marzo 2026, quando la Corte ha respinto la richiesta dell’associazione ultraconservatrice, spianando definitivamente la strada all’eutanasia. In un ultimo, disperato tentativo di sabotare il processo, il padre ha presentato un nuovo ricorso “in extremis” nella mattinata di giovedì 26 marzo, ma la giudice di turno ha risposto che il tribunale non aveva alcuna potestà per opporsi a una decisione già cristallizzata da cinque diverse istanze giudiziarie. Poche ore dopo, nello stesso giovedì che Noelia aveva indicato come suo giorno di liberazione, i medici dell’Hospital Residencia Sant Camil hanno somministrato i farmaci: prima i sedativi, poi il farmaco che ha provocato l’arresto cardiorespiratorio. Contro la volontà espressa della madre, che sperava in un ripensamento dell’ultimo minuto, la ragazza ha affrontato i suoi ultimi istanti senza la presenza dei familiari, lasciando scritto a chiare lettere che non voleva essere un simbolo, ma solo una persona che chiedeva di smettere di urlare in silenzio.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.