Ex Ilva, i commissari chiederanno lo stop dell'esecuzione del decreto di chiusura dell'area a caldo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A seguito della fissazione da parte della Corte di Cassazione al 20 ottobre dell'udienza a Sezioni Unite per discutere il ricorso straordinario contro il decreto della Corte d'Appello di Milano, che ha disposto la chiusura dell'area a caldo dell'ex Ilva, gli amministratori straordinari proporranno alla stessa Corte d'appello una istanza di sospensione dell'esecuzione del decreto fino alla pronuncia della Cassazione.

La decisione della Suprema Corte di anticipare la discussione del ricorso, presentato dalle gestioni commissariali di Ilva spa e Acciaierie d'Italia, ha modificato il quadro delle iniziative giudiziarie delineato nei giorni scorsi, quando si prospettavano attese molto più lunghe. L'istanza di sospensiva si rende necessaria per evitare che lo spegnimento degli impianti diventi irreversibile prima che i giudici di legittimità si esprimano sulla validità del provvedimento emesso dal tribunale milanese.

Il nuovo round a livello giudiziario ha spinto l'esecutivo a soprassedere sull'adozione del decreto con le misure a tutela dei lavoratori, che sarebbe dovuto approdare in Consiglio dei ministri. Il governo, nel corso dell'incontro con le organizzazioni sindacali tenutosi a Palazzo Chigi e presieduto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ha chiesto di riaggiornare il tavolo, spiegando che il provvedimento sarà discusso quando il quadro generale sarà più chiaro.

Nel frattempo, l'esecutivo avvierà un'interlocuzione con le aziende dell'indotto per chiedere di non dare corso ai licenziamenti. Secondo quanto si apprende, l'intenzione del governo è quella di consentire la prosecuzione della produzione di acciaio a Taranto, proseguendo la gara per la vendita sulla base delle offerte presentate e di quelle che arriveranno, che andranno valutate.

Mantovano ha indicato come strada per il futuro del sito pugliese i forni elettrici alimentati a Dri, sottolineando che le risorse necessarie sono già disponibili e che l'esecutivo intende utilizzarle e, se necessario, integrarle.

Le organizzazioni sindacali, presenti al tavolo con Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl Metalmeccanici, Usb e Federmanager, hanno posto come priorità assoluta il blocco dei licenziamenti dei lavoratori degli appalti. Il segretario della Uilm, Davide Sperti, ha definito la vicenda «vergognosa» e ha chiesto risposte sulle soluzioni straordinarie di carattere salariale, sociale e occupazionale.

Il leader della Fiom, Michele De Palma, ha posto l'accento sulla necessità di salvaguardare contemporaneamente la produzione, l'occupazione e la salute dei cittadini di Taranto, avvertendo che il rischio è quello di fermare la produzione di acciaio del Paese.

Il segretario della Fim, Ferdinando Uliano, ha evidenziato che senza una soluzione la prospettiva per i lavoratori diretti è la cassa integrazione, fatta eccezione per poche centinaia di persone, e ha chiesto al governo una assunzione di responsabilità sul disegno industriale futuro, senza rimandare la palla ai privati. I licenziamenti annunciati da Aigi per i lavoratori dell'indotto ammontano a 2.500 unità, mentre i posti di lavoro a rischio con la chiusura dell'area a caldo sono circa 4.500 in una decina di aziende, secondo quanto riferito in audizione al Senato dal presidente di Aigi, Nicola Convertino.

Il decreto della Corte d'Appello di Milano, emesso a fine luglio, aveva disposto la chiusura dell'area a caldo entro 90 giorni, stabilendo che lo spegnimento dovesse avvenire entro il 28 ottobre. I giudici milanesi avevano motivato la decisione con la necessità di tutelare la salute dei cittadini, subordinando l'eventuale ripresa dell'attività alla rimozione integrale dell'amianto ancora presente negli impianti e all'adozione delle misure necessarie per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza.

L'istanza di sospensiva presentata dalle società in amministrazione straordinaria era stata respinta l'11 settembre dalla stessa Corte d'Appello, che aveva confermato l'esecutività del provvedimento.

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