A Beirut sud la piazza di Hezbollah sfida i droni e la “linea gialla”

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ESTERI

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte, nel quartiere di Dahieh - quella vasta periferia meridionale della Capitale libanese che negli anni è divenuta la roccaforte del “Partito di Dio” - è molto più rumorosa e decisamente meno illuminata rispetto al resto di Beirut.

Lungo i trasandati palazzi popolari che ne scandiscono il profilo urbano, solo poche luci filtrano dalle finestre degli appartamenti, un fenomeno che si spiega in parte con la cronica scarsità di elettricità, aggravata da anni di bombardamenti, e in parte con la volontà di non offrire alcun riferimento ai velivoli senza pilota che solcano il cielo. ilsole24ore +3

Eppure, proprio qui, sotto la minaccia costante dei droni e di una nuova escalation militare, centinaia di persone sono scese in piazza.

Donne avvolte nel nero chador, uomini sventolando bandiere, bambini con il volto dipinto: la manifestazione, organizzata per esprimere solidarietà all’Iran e ai suoi alleati, ha trasformato le strade in un palcoscenico scenografico dove la folla ha alzato i telefoni per selfie e riprese, mentre la banda suonava la grancassa e i maxischermi proiettavano fucili e simboli della resistenza. rsi +3

L’incubo dei cristiani di Tiro tra fuga e occupazione

A poche decine di chilometri di distanza, nel sud del Paese, il calice amaro che i capi delle comunità locali stanno cercando di allontanare è invece calato sulle famiglie del “quartiere cristiano” di Tiro.

Un recinto racchiude lì un ulivo secolare, sotto il quale una statua a grandezza naturale raffigura Gesù che prega nel Getsemani; un cartello di legno sul tronco recita: «Sia fatta la tua volontà». Ma la volontà che si è abbattuta su questo lembo di terra, patrimonio dell’umanità, è quella bellica di Israele. ilfattoquotidiano +3

Dopo aver emesso ordini di evacuazione mirati, l’esercito israeliano ha infatti minacciato di colpire anche questo rione, costringendo alla fuga centinaia di famiglie che per mesi avevano resistito, spingendole a lasciare le loro case per la prima volta dall’inizio della guerra.

Il timore, come raccontano i residenti, è che non si tratti di uno sfollamento temporaneo, ma di una mossa propedeutica a un’occupazione “mascherata”, simile a quella già in atto più a sud. lastampa +3

La “linea gialla”, una cesura di 10 chilometri nel sud

Proprio lungo il confine meridionale, Tel Aviv ha stabilito lo scorso 20 aprile la cosiddetta “Linea Gialla”, una fascia di una decina di chilometri che taglia in due il sud e il sud-est del Libano, dove i carri armati israeliani avanzano e dove ai cittadini libanesi è ormai vietato l’accesso.

Non si tratta più di un’incursione temporanea, a giudicare dall’entità della devastazione: villaggi come Khiam sono stati rasi al suolo, le macerie dei palazzi bulldozati si accumulano a chilometri di distanza, e chi prova ad avvicinarsi viene colpito dalla artiglieria. ilfattoquotidiano +3

Per Hezbollah, che pure ha risposto con lanci di razzi e droni contro le basi nel nord di Israele, questa linea rappresenta una violazione inaccettabile della tregua, ma sul terreno il “Partito di Dio” sembra momentaneamente in difficoltà nel tentativo di ribaltare una realtà che gli osservatori definiscono ormai un’occupazione “camuffata” e permanente. mediaset +3

La sfida nei cieli e il rituale della piazza

Nonostante l’avanzata israeliana e le promesse di una “guerra aperta” ventilate da settori dell’esecutivo di Gerusalemme, i sostenitori di Hezbollah non hanno però abbandonato le strade di Dahieh. «Ai tuoi ordini, Nasrallah», urlano le donne, mentre altri sollevano al cielo i ritratti dell’ayatollah Ali Khamenei e di suo figlio Mojtaba.

È un rituale che mischia la disperazione alla propaganda: canti patriottici, cori di sfida, e il volto sorridente dei bambini che non sembrano comprendere appieno la portata del conflitto. corrieredilamezia +3

È la stessa voce di una manifestante, Samar Hammoud, a riassumere lo spirito della piazza: «I loro aerei non ci spaventano, le loro armi non ci spaventano. Noi resteremo qui, anche se ci bombardano». Una dichiarazione di intenti che trasforma la periferia sud di Beirut in un fronte psicologico, dove la resistenza passiva dell’essere presenti diventa, agli occhi dei militari israeliani che monitorano dall’alto, un bersaglio o un ricatto. ilfattoquotidiano +3

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