L'Aja a Israele: nessuna prova contro l'Unrwa, deve far entrare gli aiuti a Gaza
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Redazione Esteri
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Il presidente della Corte internazionale di Giustizia, Yuji Iwasawa, ha dichiarato che Israele ha l'obbligo di riconoscere e facilitare i programmi di soccorso forniti dalle Nazioni Unite e dai suoi enti, compresa l'Unrwa, le cui attività nella Striscia di Gaza erano state messe in discussione da Tel Aviv. L'Assemblea generale dell'Onu si era rivolta al massimo tribunale mondiale dopo una serie di iniziative politiche e legislative israeliane mirate a marginalizzare l'agenzia, che dalla Nakba in poi tutela i rifugiati palestinesi e i loro discendenti, fornendo servizi essenziali e tenendo vivo, tra le altre cose, il diritto al ritorno. La Corte, nel suo pronunciamento, ha identificato due gravi violazioni nella gestione degli aiuti umanitari: la limitazione, quando non il blocco quasi totale, degli approvvigionamenti di cibo, medicine e altri beni di prima necessità, e l'impedimento fatto alle agenzie delle Nazioni Unite di operare all'interno del territorio.
Il verdetto della Corte e le reazioni
La Corte internazionale di Giustizia ha stabilito che Israele non ha fornito prove concrete a sostegno dell'ipotesi che parte del personale dell'Unrwa sia membro di Hamas, respingendo così una delle giustificazioni addotte per ostacolarne le operazioni. L'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha definito "vergognosa" la decisione, evidenziando il profondo solco tra la posizione giuridica internazionale e la percezione del governo di Tel Aviv. Nel frattempo, la Jihad Islamica Palestinese ha annunciato di aver accettato integralmente l'accordo di Sharm el-Sheikh, precisando che valuterà il rispetto degli impegni da parte israeliana e manterrà i propri in ugual misura.
Il contesto politico e diplomatico
Mentre la Corte dell'Aja emetteva il suo verdetto, il vice del presidente degli Stati Uniti, JD Vance, si trovava in missione presso Benjamin Netanyahu, in un contesto che alcuni osservatori hanno paragonato a un'azione di "controllo" pur se minimizzata dallo stesso Vance con l'affermazione che "non siete vassalli". Entrambi i leader, nonostante riconoscano la complessità dei prossimi passi – come il disarmo di Hamas – hanno espresso un cauto ottimismo sulla possibilità di raggiungere una svolta. Questo scenario diplomatico si intreccia con l'azione della Knesset, che ha approvato in una votazione preliminare un disegno di legge i cui contenuti, sebbene non specificati nel dettaglio, si inseriscono in un percorso politico nazionale dalle conseguenze potenzialmente significative.
Le implicazioni della sentenza
La sentenza della Corte internazionale di Giustizia, sebbene non dotata di un meccanismo esecutivo immediato, rappresenta un monito di carattere giuridico e morale che iscrive la questione degli aiuti umanitari a Gaza in un quadro di diritto internazionale vincolante. L'obbligo di facilitare l'accesso agli aiuti, sancito dalla Corte, si scontra con la realtà operativa sul terreno, dove le restrizioni hanno creato una crisi umanitaria di vaste proporzioni. La mancanza di prove sui legami tra l'Unrwa e il gruppo terroristico, affermata dai giudici, priva Israele di uno degli argomenti chiave utilizzati per giustificare le proprie politiche di blocco, rimarcando una divergenza netta tra le valutazioni di intelligence nazionale e gli standard probatori richiesti dalla giustizia internazionale.




