Trump e la «personalità da alcolizzato»: la bomba di Vanity Fair sulla chief of staff Wiles
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Redazione Esteri
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Susie Wiles, figura determinante per la riconquista della Casa Bianca e prima donna a ricoprire il ruolo di capo dello staff, si è sottoposta a undici conversazioni con il giornalista Chris Whipple, autore di un acclamato libro proprio su quella cruciale posizione. Il frutto di quegli incontri, un profilo dettagliato pubblicato da Vanity Fair, ha scatenato un putiferio politico a Washington, rivelando giudizi privati taglienti e inaspettati sul presidente che lei serve. Wiles, da poco inserita da Forbes tra le donne più potenti del pianeta, viene infatti citata mentre definisce Donald Trump portatore di una «personalità da alcolizzato ad alto funzionamento», una caratterizzazione che, nonostante la sua asciutta crudezza, il tycoon ha in seguito confermato come sostanzialmente corretta.
Le critiche dietro le quinte e la reazione della Casa Bianca
Il ventaglio di osservazioni attribuite alla chief of staff, che solitamente evita i riflettori, non si è fermato al solo inquilino dello Studio Ovale. Secondo l’articolo, infatti, Wiles avrebbe etichettato il vicepresidente come un «complottista» di lungo corso, dipingendo un quadro di relazioni interne più complesse e sfaccettate di quanto non appaia in pubblico. La portavoce presidenziale Karoline Leavitt è intervenuta con veemenza per difendere Wiles, descrivendola come «il consigliere più formidabile e leale» a disposizione di Trump, mentre la stessa interessata ha respinto le accuse, bollando il pezzo di Vanity Fair come un «atto di accusa presentato in modo disonesto». Una smentita che, tuttavia, non ha cancellato le parole ormai stampate, le quali risuonano in un momento politicamente delicato per l’amministrazione.
Un contesto di tensioni per l’amministrazione Trump
La pubblicazione del profilo, del resto, giunge in un periodo di evidenti tensioni, segnato non solo da sconfitte elettorali locali per i repubblicani e da una spaccatura nel movimento Maga, ma anche da una serie di episodi controversi che hanno attirato critiche bipartisan. Tra questi, l’operazione militare che ha portato all’uccisione di decine di presunti narcotrafficanti venezuelani in acque internazionali, avvenuta senza un formale processo investigativo, e il successivo commento del presidente sull’assassinio del regista Rob Reiner, da lui attribuito a una sindrome da «Trump derangement». Episodi che, nel loro insieme, hanno alimentato dissensi anche all’interno della destra, indebolendo la percezione pubblica della stabilità presidenziale.
Le ombre del passato e il peso delle parole
A gravare ulteriormente sul clima, si aggiungono le persistenti ombre legate a vecchi scandali, come quelli che coinvolgono reti di traffico di minori, i cui riverberi continuano a toccare, seppur indirettamente, gli ambienti del potere. In questo contesto già carico, le dichiarazioni attribuite a Wiles assumono un peso specifico maggiore, offrendo uno spaccato raro e per certi versi spietato delle dinamiche al vertice. Non si tratta di semplici pettegolezzi, ma di valutazioni che, provenendo da una delle figure più vicine al presidente, fotografano una realtà operativa fatta di giudizi severi e di una consapevolezza acuta delle personalità con cui si collabora, elementi che definiscono i contorni di un’amministrazione sotto pressione sia dall’esterno che dall’interno.




