Borsa, inflazione Usa in frenata ma non basta: Europa chiusura cauta. Petrolio in rally su Hormuz
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Redazione Economia
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La seduta del 14 luglio 2026 si chiude all'insegna della cautela per le Borse europee, nonostante il dato sull'inflazione statunitense sia arrivato ben al di sotto delle attese e i colossi del credito a stelle e strisce abbiano presentato trimestrali da record. Un quadro, quello che si è presentato agli occhi degli investitori, apparentemente favorevole ma che non è riuscito a iniettare slancio sufficiente a scalfire l'andamento piatto del Vecchio Continente, ancora prigioniero delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e delle loro ripercussioni sul prezzo delle materie prime energetiche.
L'inflazione Usa frena, la Borsa non accelera
Il dato principale della giornata è arrivato da oltreoceano, dove l'indice dei prezzi al consumo ha registrato a giugno un calo dello 0,4% su base mensile, portando il tasso annuo al 3,5%. Un dato significativamente inferiore al 4,2% di maggio e alle previsioni degli analisti, che avevano stimato un +3,8%. Si tratta della prima frenata dopo quattro mesi consecutivi di rialzi, alimentata principalmente dal crollo dei prezzi dell'energia, con la benzina scesa del 9,7% in un solo mese.
A guardare il dato core, che esclude le componenti più volatili come cibo ed energia, il quadro è altrettanto confortante con una crescita zero su mese, a testimonianza di una pressione inflazionistica che sta allentando la morsa. L'entusiasmo iniziale, tuttavia, non è bastato per scardinare la cautela che domina le scrivanie dei trader. Milano ha archiviato la giornata con un marginale +0,1%, così come Francoforte, mentre Parigi è rimasta sostanzialmente invariata e Londra ha strappato un +0,3%.
Una reazione sorda, che testimonia come gli operatori abbiano accolto il dato senza particolare enfasi, consapevoli che il vero banco di prova rimane la gestione del conflitto in Medio Oriente e la conseguente corsa del petrolio.
I conti stellari delle banche americane
A contribuire al clima di sostanziale tenuta, seppur senza scossoni, è arrivato anche il fronte dei conti trimestrali. I cinque grandi istituti di Wall Street hanno infatti presentato utili in forte crescita a doppia cifra, superando le aspettative del mercato. A trainare i conti di JPMorgan, Goldman Sachs, Bank of America, Wells Fargo e Citigroup sono stati i ricchi introiti da investment banking e le performance del trading, in un contesto che il CEO di JPMorgan, Jamie Dimon, ha definito "particolarmente favorevole".
L'incremento degli utili è stato trainato da una solida attività sui mercati: Goldman Sachs ha visto il suo utile balzare dell'84% anno su anno, mentre Citigroup ha celebrato il "miglior trimestre in un decennio", con ricavi in crescita del 14% e un utile netto di 5,8 miliardi di dollari, che hanno permesso alla banca di annunciare un aumento del dividendo del 12% e un piano di buyback da 30 miliardi.
Un report che, di fatto, conferma la solidità del sistema finanziario statunitense, capace di macinare utili nonostante l'incertezza del contesto macroeconomico globale.
Il petrolio non si ferma: il nodo di Hormuz
Sullo sfondo, a tenere banco e a condizionare l'umore dei mercati, è il continuo rialzo del petrolio. Il Brent, riferimento per l'Europa, si è spinto oltre quota 87 dollari al barile, mentre il WTI viaggia sopra gli 80 dollari, segnando un'impennata di quasi il 14% dall'inizio della settimana.
La causa è il ritorno delle fiamme in Medio Oriente, con gli Stati Uniti che hanno ripreso a bombardare l'Iran per la terza notte consecutiva, e Teheran che ha risposto con attacchi a due petroliere nel fondamentale Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici del commercio mondiale di greggio, dove transita circa un quinto del petrolio globale.
In questo scenario incandescente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un fulmineo dietrofront: dopo aver annunciato l'intenzione di imporre una tassa del 20% sulle navi in transito nello Stretto, ha sostituito la misura con la promessa di nuovi accordi commerciali con i Paesi del Golfo.
La decisione, pur evitando un potenziale nuovo shock per il commercio globale, ha ribadito la volontà americana di mantenere un blocco navale totale contro le navi iraniane, un'azione che di fatto mantiene alta la tensione e il rischio di nuovi attacchi, e che continua a spingere al rialzo i prezzi dell'energia.




