Sanchez chiede la sospensione dell’accordo Ue-Israele, ma il Consiglio resta un campo minato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha alzato il tiro nel braccio di ferro diplomatico che contrappone diversi stati membri alle politiche del governo israeliano, chiedendo formalmente che l’Unione europea “rescinda” l’accordo di associazione che lega le due sponde del Mediterraneo. L’affondo – arrivato durante un comizio elettorale nella provincia di Huelva domenica 19 aprile e poi rilanciato con forza sul suo profilo social – punta a mettere ai voti la questione già nel corso del prossimo Consiglio Affari Esteri, in programma martedì 21 aprile a Lussemburgo. “È giunto il momento”, ha scandito Sanchez, sottolineando – in una frase densa di implicazioni politiche – come un esecutivo che viola il diritto internazionale non possa continuare a godere dei privilegi commerciali e politici previsti dall’intesa in vigore dal 2000.

I tre moschettieri europei e la clausola dei diritti umani

Non si tratta, va detto, di una crociata solitaria del leader iberico. La richiesta di sospensione trova fondamento giuridico nell’articolo 2 dell’accordo di associazione, quella famosa clausola che subordina l’intero partenariato al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”. A sostenere l’iniziativa, infatti, c’è un fronte compatto che include anche i ministri degli Esteri di Irlanda e Slovenia; questi ultimi hanno già inviato una lettera ufficiale all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, per esprimere “la più profonda preoccupazione” riguardo a specifiche misure adottate da Tel Aviv – tra cui una recente legge sulla pena capitale che, di fatto, riguarda i palestinesi detenuti per terrorismo. Nella loro missiva, i tre stati membri hanno denunciato che i ripetuti appelli a rispettare gli obblighi internazionali sono stati finora “ignorati”, chiedendo quindi che il Consiglio non si limiti a una ennesima dichiarazione di circostanza.

Milano, il fronte interno e il peso delle firme

Mentre a Bruxelles si scalda la macchina diplomatica, sul fronte interno italiano la tensione è palpabile su un altro registro, quello della diplomazia tra città. A Milano, il sindaco Beppe Sala si trova invischiato in una vera e propria “guerra” con il Partito Democratico proprio sul tema del gemellaggio con Tel Aviv. Un contrasto che riflette le divisioni profonde presenti anche nei palazzi romani, dove il governo – pur avendo recentemente sospeso un memorandum sulla difesa – non ha ancora espresso una posizione chiara sulla richiesta di blocco totale dell’accordo Ue. Sullo sfondo, a spingere per una svolta decisa, c’è il peso dell’iniziativa popolare “Giustizia per la Palestina”: un’iniziativa dei cittadini europei che ha raccolto oltre un milione di firme in soli tre mesi, un record assoluto nella storia dello strumento di democrazia partecipativa, costringendo di fatto la Commissione a discutere la questione.

Commercio e ricerca: la posta in gioco è alta (e costosa)

La posta in gioco, per l’economia europea, è tutt’altro che trascurabile. Il rapporto commerciale tra Bruxelles e Gerusalemme si aggira sui 45 miliardi di euro annui, e una sospensione dell’area di libero scambio avrebbe ripercussioni significative su settori chiave come l’alta tecnologia e la ricerca scientifica. Tuttavia, nonostante la pressione mediatica e l’appoggio di paesi come Belgio e Francia, la strada per la sospensione appare in salita. Per ottenere un blocco totale, come noto, è necessaria l’unanimità dei Ventisette; un traguardo che appare al momento irraggiungibile, vista l’opposizione storica di paesi come Germania, Ungheria e (finora) Italia. La riunione di martedì in Lussemburgo, dunque, rischia di risolversi nell’ennesima discussione interlocutoria, anche se il mero fatto che la sospensione sia ufficialmente sul tavolo – come richiesto dal M5s attraverso l’europarlamentare Danilo Della Valle – rappresenta già di per sé un’evoluzione significativa in una crisi mediorientale dove l’Europa ha spesso faticato a trovare una voce unica.

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