Big Mama, le cicatrici del bullismo e la rabbia che salva
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Con una sincerità che disarmava, la cantante Big Mama, al secolo Marianna Mammone, ha ripercorso durante la trasmissione “Belve” gli anni bui dell’adolescenza, segnati da una sofferenza profonda che l’ha condotta sull’orlo dell’abisso. «A tredici anni mi tagliavo sulle braccia», ha rivelato alla conduttrice Francesca Fagnani, in un racconto che, partendo dalle sue canzoni, ha svelato l’origine di un dolore personale e autentico. La domanda sul suicidio, tema presente nei suoi testi, ha aperto un varco su un ricordo ancora più angosciante: l’aver seriamente contemplato quel gesto estremo già in età infantile, un pensiero che oggi, da adulta, giudica «distruttivo».
La rabbia come motore creativo
Quella rabbia, che potrebbe apparire come un sentimento negativo, è stata invece da lei descritta come una forza salvifica, un’emozione potente che l’ha sorretta e che costituisce il nucleo della sua produzione artistica. «Tutte le mie canzoni sono nate dalla rabbia», ha affermato con decisione, «è un'emozione che mi ha aiutato tanto». Questo trasferire il dolore in creatività rappresenta per lei un meccanismo di sopravvivenza, trasformando le ferite interiori in versi e musica, sebbene l’impatto mediatico degli ultimi anni le abbia imposto una convivenza difficile con l’esposizione e il giudizio altrui.
Il ritorno nei luoghi del trauma
Il bullismo subìto, che lei stessa definisce avere un potere distruttivo, ha lasciato un’impronta così profonda da condizionare persino il suo rapporto con gli ambienti scolastici, che oggi si trova a frequentare per lavoro. «Quando oggi entro in una scuola ho paura», ha confessato, evidenziando come il trauma del passato non sia completamente risolto, ma riaffiori in contesti che riecheggiano le esperienze vissute. Quel sentimento di paura, che persiste nonostante il successo professionale, mostra la lunga ombra che gli episodi di violenza psicologica possono proiettare sulla vita di una persona.
L’autenticità di un racconto senza filtri
L’intervista ha messo in luce non solo la fragilità di un’artista costretta a confrontarsi pubblicamente con i propri demoni, ma anche la sua ferma volontà di ancorare la propria arte a un’esperienza reale. «Io scrivo solo cose vere», ha dichiarato, sottolineando come la sua musica non sia finzione, ma un diario in musica di un percorso di dolore e di riscatto. Le lacrime che hanno accompagnato alcune sue risposte sono state la testimonianza più eloquente di un percorso che, pur nella sua asprezza, continua a essere la linfa vitale della sua espressione artistica.




