UniCredit e Commerzbank, la finestra di giugno e il rischio di una moratoria fino al 2027
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Redazione Economia
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Il tempo, in questa partita complessa e densa di implicazioni per l’assetto bancario europeo, si configura come la variabile più strettamente decisiva. Se entro il mese di giugno UniCredit non riuscirà ad aprire un negoziato concreto con il management di Commerzbank e con il governo tedesco – che, occorre ricordarlo, detiene ancora una quota rilevante del capitale – l’operazione pubblica di scambio (Ops) finalizzata a superare la soglia critica del 30 per cento rischia di congelarsi fino al 2027. Un rinvio non formale, ma imposto dall’effetto combinato delle rigide regole tedesche in materia di offerte pubbliche, dai tempi lunghi delle autorizzazioni europee e dalla natura intrinsecamente sistemica di un’acquisizione che, volente o nolente, finirebbe per ridefinire gli equilibri finanziari del continente.
La struttura dell’offerta attuale – interamente in azioni, con un rapporto di concambio fissato in 0,485 titoli UniCredit per ogni azione Commerzbank – inra un premio che il mercato e gli analisti definiscono contenuto, aggirandosi attorno al 4 per cento. Un premio, questo, che è stato pensato più come una leva per rompere il ghiaccio che come una proposta definitiva. Lo stesso amministratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, ha lasciato intendere che ci sarebbe spazio per migliorare i termini economici, ma a una condizione ben precisa: che si crei un tavolo di “discussioni costruttive” in cui si condivida un piano industriale capace di affrontare i temi sensibili delle sinergie, dell’occupazione e delle autonomie locali. In sostanza, un miglioramento dell’offerta – che per essere credibile dovrebbe probabilmente introdurre una significativa componente in contante, variabile dal 20 fino al 50 per cento del corrispettivo, con un premio che potrebbe così attestarsi tra il 10 e il 20 per cento – è strettamente subordinato alla disponibilità della controparte a negoziare.
Le prossime dodici settimane e il ruolo della politica
La finestra utile per ammorbidire le resistenze, che provengono non solo dal governo e dai vertici della banca tedesca ma anche dai sindacati, è dunque racchiusa nelle prossime dodici settimane. Un lasso di tempo breve, scandito dai meccanismi normativi tedeschi che, come spiegato da diverse fonti, impongono un periodo di stasi successivo al superamento della soglia del 30 per cento se non si giunge a un accordo condiviso. L’ostilità del governo federale, con il cancelliere Friedrich Merz che ha già definito l’operazione come “inaccettabile”, resta un muro contro cui Orcel deve necessariamente misurarsi. L’esecutivo di Berlino, che ancora detiene una quota del 12,7 per cento, sostiene la strategia di indipendenza di Commerzbank, una banca considerata cruciale per il tessuto industriale tedesco, in particolare per il finanziamento delle medie imprese (Mittelstand) e per settori chiave come l’automotive e la meccanica.
Un’operazione di questa portata – valutata complessivamente circa 35 miliardi di euro – assume dunque contorni geopolitici che vanno ben oltre la semplice logica industriale. E proprio in questo quadro si inserisce un paradosso, una suggestione che proviene dagli ambienti finanziari romani: l’Ops di UniCredit su Commerzbank potrebbe rivelarsi, suo malgrado, un “favore” a Giorgia Meloni. Seguendo il filo di questa riflessione, la creazione di un grande polo bancario italo-tedesco, in grado di competere con i colossi statunitensi, sposterebbe il baricentro finanziario europeo su un asse Roma-Berlino, rafforzando il peso negoziale dell’Italia in sede europea. Una prospettiva, questa, che si scontra però con le resistenze dei tedeschi e con la naturale ritrosia a cedere il controllo di un asset nazionale ritenuto strategico.
La strategia di lungo periodo e lo sguardo verso Est
Ma l’offerta lanciata una settimana fa, nonostante il fragore mediatico che l’ha accompagnata, non esaurisce l’intera strategia del gruppo guidato da Orcel. L’operazione, nella sua attuale configurazione, è stata costruita con una precisa consapevolezza: non mira a conquistare Commerzbank immediatamente, ma a superare il cosiddetto “cliff-edge” del 30 per cento, quel limite normativo che, una volta varcato, costringe a lanciare un’offerta totale ma allo stesso tempo, se gestito con abilità, libera le mani per futuri acquisti sul mercato. Si tratta, in altri termini, di un tentativo di “costringere” la controparte a sedersi al tavolo, spostando l’asticella della pressione senza però precludersi altre strade.
La strategia europea di UniCredit, d’altronde, guarda anche oltre i confini tedeschi, verso Est. L’acquisizione della seconda banca tedesca rappresenterebbe il tassello centrale di un disegno più ampio, volto a creare un istituto con una massa critica tale da poter competere efficacemente a livello globale. Non a caso, la Banca Centrale Europea ha più volte manifestato la propria apertura verso operazioni transfrontaliere, considerate auspicabili per consolidare un settore bancario ancora frammentato. Il via libera dell’autorità di vigilanza, guidata da Claudia Buch, non sarebbe però automatico e richiederebbe la dimostrazione della solidità patrimoniale dell’acquirente e della sostenibilità dell’operazione, anche se i coefficienti patrimoniali di UniCredit appaiono al momento più che solidi.
Le opzioni sul tavolo e il nodo del premio
Di fronte alle resistenze politiche e sindacali, e in attesa di capire se si aprirà uno spiraglio per un negoziato, sul tavolo di Orcel restano alcune opzioni concrete per rilanciare l’offerta, nel caso in cui si arrivi a un confronto costruttivo. La prima ipotesi, quella che circola con maggiore insistenza negli ambienti finanziari, prevede una struttura mista “cash più azioni”. In questo scenario, pur mantenendo lo scambio azionario come base, UniCredit aggiungerebbe una componente liquida pari al 20-30 per cento del valore complessivo, per un esborso compreso tra gli 8 e i 12 miliardi di euro, con un rapporto di concambio rivisto verso l’alto (0,50-0,52) e un premio complessivo che salirebbe al 10-15 per cento.
Un’alternativa più aggressiva, e finanziariamente più onerosa, sarebbe invece un’offerta con una componente cash dominante, pari al 40-50 per cento del corrispettivo, per un valore potenziale superiore ai 40 miliardi di euro. Questa soluzione, che farebbe lievitare il premio al 15-20 per cento, avrebbe il vantaggio di parlare direttamente agli azionisti di Commerzbank, cercando di aggirare l’opposizione del management. La terza via, infine, sarebbe quella di una struttura flessibile con opzione “mix and match”, che consentirebbe agli azionisti di scegliere liberamente tra la componente azionaria e quella in contante, eventualmente con meccanismi di tutela del valore come un prezzo minimo garantito.
In ogni caso, il vero discriminante resta il livello del premio: difficilmente un rilancio che si limitasse a piccoli aggiustamenti, restando sotto la soglia del 10 per cento, riuscirebbe a scalfire l’atteggiamento di attesa e di opposizione manifestato finora. Per questo, un’offerta credibile deve necessariamente passare attraverso un impegno di capitale più rilevante e una revisione sostanziale della valutazione. E senza un’apertura da parte di Commerzbank e un coinvolgimento del governo tedesco – e qui si chiude il cerchio – anche un’offerta più ricca rischierebbe di arenarsi prima ancora di partire.




