Pensioni, il cedolino di gennaio 2026: come cambiano le date e perché gli aumenti non arrivano subito per tutti
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Redazione Esteri
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Con la circolare numero 153, l'Inps ha ufficialmente dato il via all'anno nuovo per i pensionati, fissando la rivalutazione delle prestazioni e le date di pagamento per il 2026. L'operazione, che si basa sul decreto interministeriale del 19 novembre, stabilisce un aumento medio dell'1,4% degli importi, portando il trattamento minimo mensile a 611,85 euro. L'applicazione di questo incremento, tuttavia, non segue una regola uniforme per tutti, ma dipende strettamente dall'entità della pensione lorda, essendo strutturato a scaglioni progressivi. Per le prestazioni di importo più basso, pari o inferiori al minimo stesso, è previsto anche un incremento aggiuntivo dell'1,3%, che fa salire la cifra di riferimento a 619,8 euro. I primi cedolini con questi nuovi valori sono già in distribuzione in queste ore, come di consueto intorno al 20 del mese che precede gli accrediti, ma la loro lettura richiederà un'attenzione particolare per via di diverse voci che possono modificare l'importo netto effettivamente percepito.
Rivalutazione a scaglioni: l'aumento pieno non è per tutti
Il meccanismo di perequazione disegna aumenti differenziati in base alla fascia di reddito pensionistico. La rivalutazione piena, corrispondente all'1,4%, si applica solo alla quota di assegno che rientra entro quattro volte il trattamento minimo, una soglia che, per il 2025, è fissata a 2.413,60 euro lordi mensili. Per la parte di pensione compresa tra quattro e cinque volte il minimo, quindi tra 2.413,61 e 3.017,00 euro, la percentuale di aumento scende al 90% dell'inflazione, concretizzandosi in un +1,26%. Gli importi che superano le cinque volte il minimo, invece, vedono un adeguamento ulteriormente ridotto al 75% dell'inflazione, pari all'1,05%. Questo sistema, che garantisce incrementi più consistenti alle pensioni medio-basse, smorza progressivamente la rivalutazione per quelle di importo più elevato.
Il calendario dei pagamenti e l'eccezione di gennaio
L'erogazione delle mensilità seguirà nel 2026 la regola consolidata del primo giorno bancabile del mese, con l'unica rilevante eccezione rappresentata dal mese di gennaio. Per questo mese, infatti, il pagamento è fissato al secondo giorno bancabile, il che, nel concreto del calendario 2026, significa date diverse a seconda della modalità di incasso. Chi riceve la pensione tramite accredito su conto corrente postale o su conto bancario avrà la somma disponibile rispettivamente sabato 3 gennaio e lunedì 5 gennaio. Per coloro che optano per il ritiro in contanti presso gli uffici postali, è attivo il consueto sistema di turnazione alfabetica, che distribuisce le operazioni sui primi giorni del mese in base all'iniziale del cognome.
Perché il netto in tasca potrebbe non crescere come atteso
Il cedolino di gennaio, sebbene porti con sé la rivalutazione, è tradizionalmente uno dei più complessi a causa di altri aggiustamenti di natura fiscale. In questo mese, infatti, riparte l'applicazione delle addizionali regionali e comunali a saldo riferite all'anno precedente, che a dicembre non erano presenti. Soprattutto, gennaio è il momento in cui l'Inps effettua il conguaglio Irpef definitivo sui redditi del 2025. Se durante l'anno sono stati percepiti importi extra, come arretrati o ricostituzioni, l'imposta dovuta potrebbe risultare superiore a quanto già trattenuto, generando un debito che viene recuperato direttamente dalla prima mensilità dell'anno nuovo. Per mitigare l'impatto sui redditi più bassi, è prevista una protezione: per i pensionati con un reddito annuo complessivo fino a 18.000 euro e un conguaglio a debito superiore a 100 euro, il recupero viene rateizzato su più mensilità, da gennaio a novembre.




