Un crollo da 1,5 milioni di PS5 vendute: Sony ammette che i prezzi (alti) stanno uccidendo le console
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Redazione Economia
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Il dado, per quanto riguarda l’andamento delle vendite hardware di PlayStation 5, è ormai tratto e i numeri diffusi da Sony Group, in occasione della chiusura dell’anno fiscale 2025 avvenuta lo scorso 31 marzo, disegnano uno scenario contraddittorio: da un lato l’ecosistema PlayStation rimane profondamente redditizio – grazie soprattutto al comparto digitale e ai servizi in abbonamento – ma dall’altro la hardware house giapponese si trova a dover fare i conti con una frenata improvvisa e, per certi versi, preoccupante delle spedizioni della sua ammiraglia. Nel solo quarto trimestre fiscale, quello compreso tra gennaio e marzo 2026, sono state distribuite a livello globale soltanto 1,5 milioni di unità della console; un dato, questo, che acquisisce una rilevanza negativa se paragonato allo stesso lasso di tempo dell’anno precedente, quando i PS5 spediti furono 2,8 milioni. La percentuale del tracollo, calcolata su base annua, sfiora dunque il 46%, un segnale inequivocabile di un cambiamento nelle abitudini d’acquisto dei giocatori, cambiamento che la stessa multinazionale nipponica attribuisce, senza troppi giri di parole, a un fattore specifico: il prezzo.
La stangata dei componenti e la doppia corsa al rialzo dei listini
A guardare il quadro completo dell’anno fiscale 2025, il dato aggregato attenua solo in parte la preoccupazione: le console vendute in totale sono state 16 milioni, comunque in calo rispetto ai 18,5 milioni del periodo precedente, con un cumulato globale che ad oggi si attesta a 93,7 milioni di unità distribuite dalla launch del 2020. Quello che Sony ha dovuto ammettere, nel presentare i conti agli analisti, è l’esistenza di una correlazione diretta tra l’impennata dei costi di produzione – specialmente quelli legati alle memorie, la cui fornitura si è rivelata cruciale – e la conseguente strategia di pricing adottata per non erodere i margini. Quando il costo per produrre una console cresce, e le materie prime come i chip diventano un bene raro a causa della domanda dell’intelligenza artificiale, il bilancio impone scelte dolorose; Sony ha così scelto la via dell’aumento di listino, alzando il cartellino del prezzo per ben due volte in meno di un anno. Questa decisione, spiegano i vertici, ha avuto l’effetto immediato di frenare la corsa agli acquisti, trasformando quella che avrebbe dovuto essere la fase discendente del ciclo vitale della console – quella storicamente caratterizzata da sconti e offerte – in un plateau di prezzi sostenuti che disincentiva l’utente occasionale.
La transizione digitale, l’85% dei giochi ormai vola sul cloud
Proprio mentre il fronte hardware mostra queste fragilità strutturali, la parte software del colosso giapponese (ricompresa nel segmento Game & Network Services) dimostra una tenuta sorprendente, sebbene non immune a ristrutturazioni interne pesanti. I ricavi annuali di questa divisione si sono attestati a 4.685 miliardi di yen, sostanzialmente stabili rispetto all’anno fiscale precedente, ma l’utile operativo è salito da 414 a 463 miliardi di yen. Un risultato che sembra paradossale, dato che la macchina che genera questi profitti (la PS5) si vende meno, ma che trova la sua spiegazione in due fenomeni ormai strutturali del mercato videoludico contemporaneo: la marginalità dei servizi online e la smaterializzazione del supporto fisico. I dati di Sony indicano, infatti, che l’85% delle vendite dei giochi avviene oggi in formato digitale. Considerato che il margine di guadagno su un download è drasticamente superiore a quello su un disco distribuito in negozio (dove si devono scontare i costi di logistica, produzione e il taglio del rivenditore), si comprende come i conti possano tornare in attivo nonostante il calo delle macchine vendute. A ciò si aggiunge il peso degli abbonamenti a PlayStation Plus e la crescita delle microtransazioni, elementi che rendono la base installata di 93,7 milioni di utenti una rendita periodica piuttosto che un acquisto una tantum.
Le cicatrici del passato e la sfida dei costi di produzione
Sony ha comunque dovuto mettere a bilancio anche le ferite lasciate da operazioni finanziarie non perfettamente riuscite, un capitolo che ha gravato sui conti del quarto trimestre in modo significativo. La scritturazione contabile relativa all’acquisizione dello sviluppatore Bungie – nota per saghe come Destiny – ha infatti generato svalutazioni che hanno inciso negativamente sul risultato operativo, sommandosi alle perdite derivate dalla chiusura della joint venture automobilistica con Honda. Questi oneri una tantum, sebbene non ripetibili, hanno contribuito a dipingere un quadro di marginalità in calo nel breve periodo, anche se l’orizzonte della prossima generazione di console sembra già allontanare lo spettro della crisi. Per l’anno fiscale in corso, le previsioni degli analisti indicano una contesa serrata per assicurarsi i componenti a un prezzo competitivo; la memoria RAM non solo determina le prestazioni della macchina, ma ne fissa oggi il costo di produzione finale. Finché i produttori di memorie preferiranno vendere i loro chip ai data center delle Big Tech (un mercato molto più redditizio e vorace), produrre una PS5 rimarrà un’operazione costosa e il prezzo per i consumatori non potrà che restare inchiodato su valori elevati.




