Ghali accusa il rap italiano: silenzio su Gaza è complicità. E alla protesta di Milano i bambini cantano: "Casa mia o casa tua, che differenza c’è?"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre un corteo, che aveva occupato per alcune ore l’incrocio di viale Piceno a Milano, procedeva al ritmo dei cori più consueti, un gruppo di ragazzi si staccava dal flusso principale per arrampicarsi sul muretto di cinta di un ufficio pubblico. Lì, sventolando bandiere palestinesi sotto gli applausi di chi osservava la scena, sembravano incarnare lo spirito di una protesta che chiedeva, a gran voce, la liberazione di quella terra.

Il coro dei bambini che cancella i confini

Poco distante, però, il messaggio si faceva più sfumato e forse più radicale, assumendo le voci acute di alcuni bambini in età da scuola primaria. Il loro canto, che risuonava in netto contrasto con gli slogan maggioritari, proponeva una filastrocca sull’irrilevanza dei confini: “Casa mia o casa tua, che differenza c’è? Non c’è”. Quel momento, per quanto marginale, restituiva una complessità che spesso le manifestazioni tendono ad appiattire, mostrando come persino all’interno di un movimento coeso possano emergere visioni differenti e forse più ambiziose.

La j’accuse di Ghali su Instagram

In quello stesso clima di mobilitazione, il rapper Ghali ha utilizzato la sua piattaforma Instagram per lanciare un attacco diretto contro gran parte della scena rap italiana, colpevole, a suo dire, di un silenzio assordante riguardo al conflitto a Gaza. Nel suo post, definito da molti un vero e proprio j’accuse, non ha semplicemente espresso la sua posizione, ma ha smontato sistematicamente le giustificazioni addotte da altri artisti per non prendere una posizione pubblica.

"Stronate e scuse": le parole del rapper

“Quella del ‘io non ho mai fatto politica sui miei profili social quindi perché dovrei farlo ora’, oppure ‘è una storia molto delicata e complicata che va avanti da millenni’ sono tutte stronate e scuse”, ha scritto Ghali, con un linguaggio crudo che mira a squarciare un velo di ipocrisia. La sua condanna non si limita a un rimprovero per l’indifferenza, ma arriva a tacciare di complicità chi, per calcolo o per timore, preferisce non esporsi.

La paura di perdere consenso e sponsor

Secondo la sua analisi, alla base di questo atteggiamento ci sarebbe la paura di perdere consenso, sponsorizzazioni lucrative e posizioni di prestigio nell’industria musicale, un meccanismo che lui bolla come la morte del rap stesso, trasformato ormai in “un gran teatro”. La sua presa di posizione ha costretto l’intero ambiente a uno scomodo esame di coscienza sul ruolo sociale degli artisti.

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