La figlia di Narges Mohammadi: «Il suo cuore è esausto, liberatela o stavolta morirà»
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Redazione Esteri
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La voce che arriva da Parigi è un filo sottile, spezzato dall’ansia di chi aspetta un lutto che sembra ormai inevitabile. Kiana Rahmani, figlia della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, lancia un appello disperato che suona come un’estrema denuncia: il di sua madre non ce la fa più.
«Il suo cuore – ha dichiarato la giovane, riassumendo il dramma che si consuma in una cella del penitenziario di Zanjan – è esausto. Liberatela, o stavolta morirà».
Undici anni, quelli che separano Kiana da un abbraccio, sono il metro di una tortura psicologica che si aggiunge alle percosse fisiche subite dall’attivista durante l’arresto dello scorso dicembre.
A minare il fisico della detenuta contribuiscono gli scioperi della fame, le preesistenti patologie cardiache e, non ultimo, il contesto bellico che ha reso l’Iran una prigione a cielo aperto, dove il regime approfitta dell’emergenza estera per soffocare ogni dissenso interno. huffingtonpost +3
Nonostante il deperimento cognitivo e fisico segnalato dai legali della famiglia – che parlano di episodi di perdita di coscienza e di una crisi cardiaca conclamatasi nei primi giorni di maggio – le autorità della Repubblica islamica negano il trasferimento in una struttura attrezzata a Teheran.
Rinchiusa in un nosocomio periferico, sottoposta a una sorveglianza asfissiante che di fatto impedisce cure adeguate e indipendenti, l’ingegnera Mohammadi incarna il paradosso crudele di una guerra che, anziché indebolire la dittatura, l’ha paradossalmente legittimata agli occhi di una popolazione stremata dai bombardamenti.
Il silenzio che avvolge la sorte dei dissidenti è la bomba a scoppio ritardato di un conflitto dimenticato: mentre le cronache si concentrano sulle tensioni geopolitiche e sugli equilibri instabili del medio Oriente, il regime sfrutta la cortina fumogena della guerra per inasprire la repressione senza che l’opinione pubblica mondiale possa assistere allo stillicidio. sky +3
Ricovero d’urgenza e diagnostica inadeguata a Zanjan
Il deperimento clinico di Narges Mohammadi, 54 anni, ha subito un’accelerazione drammatica nei primi giorni di maggio, quando le guardie penitenziarie l’hanno trovata priva di sensi nella sua cella.
Trasferita d’urgenza all’ospedale locale di **Zanjan** – la città dove sorge il carcere in cui è reclusa – la sua esistenza ora dipende da macchinari obsoleti e da personale che non dispone delle specializzazioni necessarie a trattare le complesse lesioni cardiache e polmonari dell’attivista.
Secondo quanto riferito dall’avvocata di famiglia, **Chirinne Ardakani**, in una conferenza stampa tenutasi a Parigi, Mohammadi ha bisogno di un team medico personale che conosca la sua delicata anamnesi, un lusso che la Repubblica islamica le nega sistematicamente.
«Non ci siamo mai sentiti così spaventati per lei – ha dichiarato l’avvocata – potrebbe lasciarci da un momento all’altro».
L’accusa mossa dai parenti è grave: il regime non si limita a imprigionare i corpi, ma orchestra una lenta esecuzione attraverso la negazione del diritto alla salute, trasformando un ospedale civile in una camera di tortura medicalizzata.
La guerra in corso, iniziata con i raid aerei di Stati Uniti e Israele, ha fornito a Teheran la scusa perfetta per intensificare la censura: le comunicazioni sono interrotte, Internet è stato oscurato per settimane e i movimenti internazionali di solidarietà faticano a monitorare la situazione.
In questo vuoto d’informazione, gli unici resoconti affidabili provengono dai fratelli e dai figli degli oppositori, costretti a vivere in esilio a Parigi.
Se le notizie delle violenze subite durante l’arresto – calci, pugni e colpi alla testa riportati dal marito Taghi Rahmani – hanno già fatto il giro del mondo, oggi il pericolo è più subdolo e mortale: quello di un infarto che non verrà curato in tempo o di un’emorragia silenziosa ignorata dalla sorveglianza medica. corriere +3
La bomba del silenzio e la dittatura del nazionalismo
Uno degli aspetti più inquietanti di questa vicenda, che spesso sfugge all’analisi superficiale, è la complicità indiretta generata dall’aggressione esterna subita dall’Iran. Quando un paese viene bombardato, è fisiologico che emerga un sentimento nazionale capace di mettere in secondo piano le divisioni politiche.
Tuttavia, nel caso specifico, l’attacco militare ha avuto l’effetto perverso di legittimare le pratiche liberticide dei Guardiani della Rivoluzione, i quali hanno abilmente rietichettato i dissidenti come «traditori in tempo di guerra».
Questa deriva, denunciata dalle fondazioni per i diritti umani, isola **Mohammadi** anche da quelle frange della società civile iraniana che, in tempo di pace, avrebbero osato protestare per la sua liberazione.
Oggi, chi alza la voce rischia di essere lapidato dall’opinione pubblica interna, resa insensibile al grido di dolore di una donna esausta da anni di stenti e percosse.
L’indebolimento fisico della attivista è sotto gli occhi dei suoi cari.
Oltre alla perdita di quasi venti chilogrammi di peso, registrata nei mesi precedenti al ricovero, Mohammadi soffre di una grave occlusione delle arterie coronariche e di un embolo polmonare che necessita di fluidificanti specifici, i quali potrebbero risultare fatali se somministrati senza un adeguato monitoraggio in una terapia intensiva cardiologica.
La famiglia denuncia che i medici governativi inviati a visitarla si limitano a prescrivere antidolorifici, ignorando volutamente la gravità del quadro clinico per mantenere viva l’illusione che la prigioniera possa sopravvivere in isolamento. oglioponews +3
Tra la vita e la morte: l’impotenza dei figli esuli
Per Kiana e il fratello gemello **Ali**, la distanza geografica si trasforma in una tortura psicologica senza fine. Cresciuti lontano da una madre che hanno visto solo sporadicamente – quando non veniva strappata via da un nuovo mandato di cattura – i due ragazzi assistono impotenti alla cronaca di un decesso annunciato.
«Siamo spaventati come non mai – ha raccontato lo zio **Hamidreza Mohammadi** ai media internazionali – e questa volta temiamo di non poterle dire addio». Il regime, consapevole del potere mediatico che circonda un premio Nobel, evita accuratamente la violenza fisica estrema in pubblico, preferendo l’arma più subdola della negligenza sanitaria.
È una tecnica collaudata, già utilizzata in passato con altri prigionieri politici: farli deperire lentamente, fino a che il non cede, per poi dichiarare il decesso come conseguenza di una «malattia improvvisa».
Nel frattempo, gli appelli lanciati dalle associazioni come Reporters Sans Frontières, che colloca l’Iran al penultimo posto mondiale per libertà di stampa, sembrano infrangersi contro il muro di gomma della diplomazia.
Le richieste per un trasferimento immediato a Teheran, dove l’attivista potrebbe essere visitata dai suoi medici di fiducia, sono state sistematicamente respinte dall’ufficio del pubblico ministero.
L’unico spiraglio, se così si può definire, è la notizia che una commissione medica giudiziaria l’ha visitata nuovamente nella giornata di mercoledì, sebbene i precedenti suggeriscano che il verdetto sarà nuovamente favorevole al mantenimento dello status quo.
La vita di Narges Mohammadi, insomma, pende da un filo che si assottiglia ogni ora che passa, in attesa che il mondo si accorga che, a volte, la guerra più feroce non si combatte con le bombe, ma con il silenzio complice di chi spegne i riflettori sulle storie di chi muore in solitudine. corriere +3




