Marilyn Monroe, il documentario e la mostra: il centenario di un mito che non teme il giudizio del tempo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Firenze, forse più di altre città italiane, ha sempre saputo trasformare l’omaggio in arte, come accadde oltre un decennio fa quando Palazzo Spini Feroni ospitò una delle retrospettive più intime dedicate a Norma Jeane Baker. normanno +2

Era l’estate del 2012 e il Museo Salvatore Ferragamo – nel cinquantesimo anniversario della scomparsa della diva, avvenuta il 5 agosto 1962 – scelse di raccontarla non solo attraverso i famosi tacchi a spillo da undici centimetri o gli abiti di scena di "Niagara" e "A qualcuno piace caldo", ma mettendo a confronto la donna reale con l’icona pop consacrata da Andy Warhol. ilsud-est +2

Oggi, a distanza di quattordici anni da quell’allestimento e in occasione del centenario della nascita, il ritratto che emerge dai media si fa ancora più nitido, grazie a un’operazione culturale che decostruisce il passato senza mai cadere nella nostalgia fine a se stessa. normanno +2

La decostruzione di un mito attraverso il docufilm

La domanda, a ben vedere, non è tanto se il mito di Marilyn esista ancora – e la risposta sarebbe scontata osservando la quantità di tributi musicali che vanno da Elton John ai Misfits, passando per la nostalgia malinconica di Pierangelo Bertoli – ma piuttosto come esso si sia evoluto in una società che non ha vissuto direttamente la sua epoca. normanno +2

È questo il nodo che il docufilm "Marilyn – C’era una volta Hollywood", disponibile su Sky Documentaries e NOW, prova a sciogliere: frutto di oltre dieci anni di ricerche, la serie in tre episodi non si limita a ripercorrere la carriera, ma restituisce la complessità di una ragazza californiana segnata da un’infanzia di orfanotrofi, abbandoni e una madre, Gladys, la cui instabilità psicologica ne condizionò profondamente l’esistenza. ilsud-est +2

La fragilità dietro la fabbrica dei sogni

Nel documento audiovisivo, così come accadeva in quella lontana esposizione fiorentina curata da Stefania Ricci e Sergio Risaliti, si fa largo l’urgenza di separare la costruzione artificiale del sex symbol dalla parabola umana di Norma Jeane.

Si racconta, attraverso testimonianze familiari inedite, la determinazione incrollabile che la spinse a superare limiti strutturali e personali – inclusa una leggera forma di balbuzie e i traumi legati agli abusi subiti durante l’affidamento – per trasformarsi in una macchina da successo. normanno +2

Eppure, questa ascesa verso le luci della ribalta, che la portò a stretto contatto con l’Actors Studio e figure leggendarie come Joe DiMaggio e Arthur Miller, ebbe un costo altissimo: la docu-serie evidenza senza retorica il paradosso di una donna che collezionò aborti e cercò invano una stabilità affettiva, rimanendo intrappolata in un personaggio che non sapeva più interpretare a ruoli invertiti. normanno +2

L'eredità musicale e lo sguardo dei contemporanei

A rendere immortale quella contraddizione ci hanno pensato, nei decenni, i musicisti. Se "Candle in the Wind" di Elton John ne celebrò la vulnerabilità paragonandola a una fiamma esposta al vento del successo, canzoni come "Norma" di Bertoli ebbero il merito di spogliarla del nome d’arte per rivolgersi direttamente all’anima ferita della creatura di Los Angeles. normanno +2

Questo immaginario collettivo, che mescola la Marilyn in bianco e nero della celebre scena della metropolitana con la cronaca nera del ritrovamento del corpo al 12305 di Fifth Helena Drive, circondato da misteri e teorie del complotto mai del tutto sopite, torna prepotentemente alla ribalta in questi giorni.

Non si tratta, quindi, di una semplice operazione celebrativa, ma di un tentativo di capire come una donna così profondamente sola sia riuscita a diventare il simbolo universale di un’intera epoca. normanno +2

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