Putin telefona a Trump e apre alla tregua il 9 maggio. Usa: «Già spesi 25 miliardi»
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Redazione Esteri
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La diplomazia internazionale, nonostante le persistenti frizioni e i diversi dossier in scadenza, ha registrato ieri un nuovo capitolo di confronto diretto tra Donald Trump e Vladimir Putin. I due presidenti, nel corso di una telefonata che si è protratta per oltre novanta minuti, hanno discusso degli scenari in Ucraina e Iran, con il Cremlino che ha avanzato una proposta precisa riguardante un cessate il fuoco temporaneo in concomitanza con il Giorno della Vittoria, previsto per il 9 maggio. Una tregua, quella ipotizzata, che il presidente russo ha definito come una chance per dare ossigeno ai negoziati, lodando nel contempo quella che ha definito la “saggia decisione” del tycoon statunitense di estendere le attuali moratorie sui raid a lunga gittata.
Il dialogo tra i leader e le condizioni di Mosca
La conversazione, definita dalle rispettive amministrazioni come “franca e pragmatica”, si è concentrata sulla possibilità di congelare le ostilità proprio il 9 maggio, data simbolica per eccellenza nella narrativa russa che celebra la vittoria sul nazismo. Putin ha ribadito la sua posizione, affermando che un accordo finale per la risoluzione del conflitto è ormai a portata di mano, sebbene abbia sottolineato come Kiev continui a rappresentare l’ostacolo principale a una distensione. Per Mosca, l’apertura a una sospensione delle ostilità (seppur breve) mira anche a garantire la sicurezza delle celebrazioni sulla Piazza Rossa, quest’anno ridimensionate nel loro apparato militare proprio per timore di attacchi ucraini. Trump, da parte sua, ha insistito nel sostenere che la pace in Ucraina è vicina, affermando però di stare valutando ipotesi di riduzione del contingente militare americano dislocato in Germania, un movimento che Washington potrebbe giustificare con una ridefinizione delle priorità strategiche verso altre aree calde, come il Medio Oriente.
Corruzione in Ucraina: la richiesta di rimozione di Umerov
Mentre i riflettori internazionali erano puntati sulla trattativa tra le superpotenze, a Kiev si è consumato un fronte di crisi interna che coinvolge direttamente l’apparato di sicurezza. Il Consiglio pubblico anticorruzione ucraino, organismo consultivo presso il Ministero della Difesa, ha formalmente chiesto la destituzione di Rustem Umerov dalla carica di segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale (Nsdc). Una richiesta che giunge al culmine di un’inchiesta che sta scuotendo gli equilibri del potere locale, legata alla cosiddetta “Operazione Midas” e a una presunta rete di influenze illecite nel settore della difesa. Secondo quanto riportato dal quotidiano Ukrainska Pravda, l’imprenditore Timur Mindich (figura già associata al presidente Volodymyr Zelensky e inserita in una vicenda di corruzione di alto profilo) avrebbe discusso contratti miliardari per la produzione di droni con Umerov, quest’ultimo indagato per abuso di potere. Le autorità hanno avviato accertamenti per verificare se l’azienda produttrice di droni a lungo raggio FirePoint sia di fatto controllata da soggetti legati a Mindich, circostanza che ne causerebbe la messa in mora dalle forniture statali.
La reazione europea e il fronte economico
La freddezza dell’Unione Europea rispetto agli sviluppi del canale diplomatico Trump-Putin non è tardata ad arrivare. Anitta Hipper, portavoce della Commissione europea, ha espresso un netto diniego nei confronti delle aperture arrivate da Mosca, dichiarando che Bruxelles nutre una “fiducia zero” in qualsiasi dichiarazione o azione diplomatica del Cremlino. Una presa di posizione che riflette la volontà di disinnescare qualsiasi mossa propagandistica russa, ricordando come le violazioni dei cessate il fuoco siano state una costante sin dall’inizio della guerra nel 2022. Sul fronte operativo, mentre Trump assicurava di voler chiudere la crisi ucraina, il Pentagono ha confermato lo sblocco di nuovi pacchetti di aiuti militari, sebbene il dibattito sul riposizionamento delle truppe in Germania resti aperto. E in Medio Oriente, la pressione sull’Iran continua a tenere il mercato del petrolio in scacco: il Brent si è avvicinato alla soglia dei 120 dollari al barile, spinto dalla minaccia di un prolungamento del blocco navale nello Stretto di Hormuz.




