Sri Lanka, allagato l'ospedale di Gampaha: sei miliardi per la ricostruzione dopo il ciclone
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Redazione Esteri
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Le immagini, drammatiche e inequivocabili, mostrano corridoi trasformati in canali e sale d'attesa ridotte a stagni: l'ospedale di Gampaha, nella parte occidentale dello Sri Lanka, è stato invaso dalle acque, diventando un simbolo potente della devastazione portata dal ciclone Ditwah. Il fenomeno atmosferico, che si è abbattuto sull'isola con una furia inaudita, ha messo in ginocchio intere regioni, spazzando via centinaia di abitazioni, compromettendo infrastrutture vitali e paralizzando le attività economiche, in un Paese che fatica a rialzarsi dopo anni di crisi finanziaria. I danni, del resto, sono tali da costringere il governo a stimare in una cifra compresa tra i sei e i sette miliardi di dollari l'immane costo della ricostruzione, necessaria dopo quella che viene già definita, senza mezzi termini, la più grave catastrofe naturale sperimentata dallo Sri Lanka dallo tsunami dell'Oceano Indiano del 2004.
Una crisi regionale che supera i confini
La tragedia dello Sri Lanka, per quanto di proporzioni immense, si inserisce in un quadro regionale ancor più ampio e funesto, che ha travolto il Sud-Est asiatico con una violenza che ricorda, appunto, il maremoto di vent'anni fa. Un'ondata di maltempo eccezionale, alimentata dalla combinazione del fenomeno monsonico stagionale e di due distinti cicloni tropicali, ha scaricato piogge torrenziali su vaste aree, provocando inondazioni improvvise e frane mortali. Il bilancio complessivo, ancora provvisorio e destinato purtroppo a salire data l'alta percentuale di dispersi, supera infatti i millletrecento morti, distribuiti tra Indonesia, Thailandia, Malesia e, appunto, lo Sri Lanka. Fiumi straripati sono diventati una furia incontenibile, il fango ha sepolto interi villaggi e il caos ha regnato sovrano in regioni che si sono ritrovate improvvisamente isolate dal resto del mondo.
Le criticità nella gestione dell'emergenza
Proprio l'isolamento di alcune delle zone più colpite, in particolare nell'isola di Sumatra in Indonesia, ha alimentato un crescente malcontento tra la popolazione, la quale accusa le autorità di una risposta troppo lenta e frammentaria nell'invio degli aiuti umanitari. Là dove le strade sono state spazzate via e le comunicazioni interrotte, raggiungere i superstiti è diventata un'operazione estremamente complessa, che ha lasciato per giorni, in alcuni casi, comunità senza alcun sostegno esterno. Questa situazione di stallo ha contribuito ad aggravare ulteriormente il tributo di vite umane, portando il numero delle vittime accertate solo in Indonesia a superare le settecentocinquanta unità, mentre squadre di soccorso continuano a scavare tra il fango e le macerie nella speranza di trovare sopravvissuti.
Uno sguardo sul futuro prossimo
Oltre alla macabra conta dei decessi e alla ricerca dei dispersi, la priorità assoluta per i governi coinvolti rimane ora quella di garantire assistenza medica, acqua pulita e rifugi a centinaia di migliaia di sfollati, molti dei quali hanno perso tutto ciò che possedevano. La sfida della ricostruzione, per lo Sri Lanka in particolare, appare titanica, considerando l'entità delle risorse finanziarie necessarie – quei sei-sette miliardi di dollari – e la già precaria condizione economica della nazione. Le immagini del drone che mostrano l'ospedale di Gampaha sommerso, così come le distese d'acqua al posto dei campi coltivati e delle città, restituiscono la misura di un disastro che lascerà segni profondi e durevoli sul territorio e sulla psiche di intere generazioni, costrette a convivere con il ricordo di un'inondazione che ha cambiato per sempre il volto delle loro terre.




